Domenica, 03 Ottobre 2021 08:52

Raee, disfarsi di un bene è un concetto non banale

Intervento di Leonardo Di Cunzolo, amministratore di BSN Consulting 42.

Rifiuto: un termine usato in molti contesti, ma non sempre a ragion veduta e nel suo corretto significato. Vediamolo insieme. Il concetto relativo al “disfarsi” di un bene, stando alla sua definizione, determina la sua qualificazione come rifiuto stesso e non il suo valore economico. A chiarirlo è anche la attuale formulazione dell’articolo 183, comma 1, lettera a), del D.Lgs 152/06, che ne riporta la definizione: per rifiuto si intende “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi”. Indicazione, questa, che ripropone nell’ordinamento giuridico nazionale la definizione comunitaria di rifiuto contenuta nell’articolo 1, comma 1, lett. a) della direttiva 98/2008/CE, entrata in vigore nel nostro Paese il 25 dicembre del 2010 con il D.lgs 205/2010, e di recente modificata dalla Direttiva 851/2018/CE (a sua volta recepita dal D.lgs.116/2020 che ha modificato ed integrato il testo unico ambientale).

Se tale definizione non suscita dubbi sull’interpretazione del criterio “oggettivo” di identificazione di rifiuto - qualsiasi sostanza od oggetto - apre invece qualche breccia per quanto riguarda la sua condizione “soggettiva”, ovvero il significato da attribuirsi al termine disfarsi e le modalità/condizioni in base alle quali tale accertamento deve basarsi. La giurisprudenza comunitaria ha una posizione consolidata, cristallizzata in varie pronunce della Corte di Giustizia europea, che si fonda su due capisaldi:
a) Il termine disfarsi va sempre interpretato alla luce della finalità della legislazione comunitaria, ossia la tutela della salute umana e dell’ambiente contro le possibili conseguenze nocive derivanti dalle diverse attività di raccolta, trasporto e trattamento dei rifiuti. Il tutto allo scopo di garantire un elevato livello di tutela, corroborato dai principi - preventivo e precauzionale - che sono alla base dell’azione legislativa europea;
b) Mentre il termine “disfarsi” va interpretato in senso estensivo e non restrittivo, devono essere intese in senso restrittivo le esclusioni di determinate sostanze dall’ambito di applicazione della disciplina generale dei rifiuti.

In generale, resta sottratta al campo di applicazione della disciplina dei rifiuti qualsiasi cosa di cui il detentore non si disfi, non abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi. Da tali assunti si è giunti a pronunce giurisprudenziali nazionali di notevole rilievo. Eccone alcune:
- Cassazione Penale, Sez. III, 2 dicembre 2014, n.50309: la Corte, confermando la condanna per gestione non autorizzata di rifiuti del titolare di una impresa che acquistava pallet difettati e non riutilizzabili tal quali al fine di ripararli e rivenderli a terzi, ha messo in evidenza che per stabilire se un residuo della produzione sia da qualificarsi come rifiuto, occorre considerare l’esclusiva volontà del soggetto che lo produce o lo detiene, e non quella di un terzo interessato allo sfruttamento commerciale di quel bene: gli oggetti dismessi sono da ritenersi rifiuti.
- Cassazione Penale, Sez. III, 19 dicembre 2014, n.52773: il consesso ha stabilito che il materiale florovivaistico di scarto depositato in maniera incontrollata su un terreno è un rifiuto, giacché non si ha alcuna evidenza su quale possa essere stata la valutazione “soggettiva” di tali materiali da parte del detentore.
- Cassazione penale, Sez. III, 17 luglio 2020, n.21289: è confermata la condanna di un soggetto che aveva depositato materiale edile di risulta da attività di ristrutturazione in un terreno delimitato da un cancello chiuso. Con tale pronuncia il giudice ribadisce che un bene diventa rifiuto al solo verificarsi dell’elemento del disfarsi per cui, la volontà di disfarsene non viene meno per l’esistenza di una recinzione o per la chiusura dell’area in cui sono stati collocati i rifiuti.