Il business dei rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici muove circa 200 milioni di euro all'anno. Soldi spesi da un'organizzazione efficiente, ma con alcuni comportamenti colpevoli di Comuni e Distribuzione. E' il parere di Fabrizio Longoni, direttore generale del Centro di Coordinamento RAEE.  

La filiera dei Raee è un sistema di consorzi dei produttori di AEE, le Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (al momento 14, costituiti da coloro che immettono sul mercato italiano gli AEE) in competizione tra loro, gestito da un Centro di Coordinamento, “il CdC”, cuore organizzativo di tutto l’ingranaggio. Il CdC, centrale operativa del sistema, fornisce servizi e ottimizza l’attività di raccolta, ritiro e gestione dei RAEE per tutti i consorzi dei produttori associati. Il CdC collabora con lo Stato italiano: “Siamo gli esperti - ci racconta Fabrizio Longoni, il direttore generale - lavoriamo sui Raee ogni giorno da anni, possiamo fornire informazioni e indicazioni dettagliate al Ministero dell’Ambiente che, occupandosi del problema rifiuti nella sua interezza, ha una visione d’insieme della materia: ecco noi forniamo il dettaglio sui Raee”. E proprio con Longoni facciamo il punto sui RAEE  in Italia.

Per cominciare, Longoni, come il Centro di Coordinamento collabora con il Ministero?

“Con le nostre competenze forniamo al legislatore integrazioni, chiarificazioni e tutti gli elementi tecnici utili a emanare normative il più aderenti possibile alle esigenze reali, un ruolo di consulenza tecnica del resto previsto nei decreti attuativi della normativa RAEE che, con il Decreto legislativo 49, viene riconosciuto formalmente. Difficile, infatti trovare altrove capacità tecniche analoghe, in grado di identificare con certezza cosa si deve fare e cosa invece è da evitare in un impianto di trattamento RAEE. Senza un’esperienza sul campo come la nostra, sarebbe complicato verificare la reale idoneità degli impianti di trattamento, o controllare se determinate attività tecniche sono svolte nella maniera corretta”. 

Forte della sua esperienza di anni, pertanto, in qualità di esperto, il CdC ha partecipato a parecchie audizioni al Parlamento, utili a chiarire la realtà della “gestione RAEE” e la specificità tecnica di un impianto di trattamento. Un ambito cruciale, se si pensa che alcuni RAEE contengono sostanze pericolose per l’ambiente e per l’uomo. Nel rapporto di valutazione della normativa discusso in Commissione Europea nel 2017, il Centro di Coordinamento è stato valutato come best practice a livello comunitario e, per efficienza e risultati ottenuti, è stato definito un esempio per gli altri Paesi europei.

Il sistema Raee in Italia allora funziona…

“Cerchiamo di usare con intelligenza l’esperienza accumulata. Ad esempio: i produttori hanno l’obbligo di fornire a chi tratta i RAEE informazioni utili a un processo ottimale di dismissione. Si richiedono ovviamente informazioni generali - e non specialistiche - riguardanti famiglie di prodotto. Per questo abbiamo creato una banca dati a disposizione degli impianti di trattamento, con le informazioni su materiali e quant’altro utile agli operatori per poter organizzare la dismissione nel modo migliore. È una iniziativa elaborata dal Centro di Coordinamento considerata una best practice a livello europeo. Uno schema italiano che ci rende i primi della classe, nell’impostazione di un sistema di lavoro che, bisogna ricordarlo, ha avuto le sue radici sull'obbligo normativo avviato esclusivamente su base volontaria. Le quote dell’immesso sul mercato ci vengono comunicate direttamente dai produttori di apparecchiature tramite i consorzi, ad oggi non le abbiamo mai ricevute dallo Stato. Il Registro AEE , dove cioè le imprese sono tenute a inserire i dati di immesso sul mercato, ancora oggi - per quanto ci è dato di conoscere - contiene delle evidenti imperfezioni". 

Non c’è il rischio che vengano comunicati dati non veritieri?

“In teoria il rischio esiste sempre. La falsa dichiarazione al Registro è peraltro sanzionata pesantemente da un articolo contenuto nel decreto 49 (normativa Raee ndr.). Prevede una multa da 200 a 1000 euro per ogni pezzo immesso e non dichiarato, ma è un rischio logicamente poco accettabile per un’azienda strutturata. I produttori dimostrano in generale un grande senso di responsabilità sulla questione. Il CdC è un’istituzione privata, con un regolamento che prevede sanzioni, che applichiamo direttamente ai consorzi. Si tratta in genere di errori formali. Costruttivamente, tutto ciò che ricaviamo da queste sanzioni viene investito in campagne di comunicazione.”

Longoni, In breve: a che punto siamo con il trattamento dei rifiuti da apparecchi elettrici e elettronici?

“Ai Consorzi RAEE aderiscono i produttori di apparecchi domestici, iscritti nell’apposito Registro. Esiste sicuramente qualche evasore totale, passibile peraltro di una sanzione fino a 30.000 euro per mancata dichiarazione al Registro. Oggi in Italia viene trattato oltre il 40% degli apparecchi immessi sul mercato - calcolati in peso - rispetto alla media di immesso degli ultimi tre anni. In totale si stima che le imprese interessate siano circa 10.000 (registro delle imprese), di queste, 8.000 sono iscritte ai consorzi per garantire il trattamento adeguato dei RAEE. Le circa 2.000 aziende che, si stima, non siano iscritte al Registro rappresentano però una quota relativa del mercato, una minoranza fuorilegge che si sottrae agli obblighi normativi e non partecipa ai costi di raccolta e trattamento dei RAEE facendo gravare questi costi su chi partecipa al sistema: produttori e consumatori. Ogni impresa iscritta al Registro dei produttori versa al consorzio cui aderisce un contributo economico proporzionale al proprio quantitativo annuo di apparecchi immessi sul mercato. Un contributo che, per legge, il produttore ha facoltà di riversare sul prezzo finale del prodotto. Dunque chi paga è l’utente finale: il consumatore”.

LAVATRICE

Perché viene trattato “solo” il 40% dei rifiuti elettrici ed elettronici?

“Cominciamo col dire che oggi gli impianti che trattano i RAEE hanno aderito a un protocollo volontario che ne garantisce la correttezza e il controllo di filiera. I consorzi dei produttori si possono servire solo ed esclusivamente di questi centri qualificati. Pertanto, possiamo affermare che quanto ritirato da consorzi viene avviato ad adeguato trattamento. Il problema è da ricercare in chi fa la raccolta. In alcuni casi, per esempio, apparecchi RAEE dismessi vengono identificati come rifiuti ingombranti (termine inadatto), e avviati pertanto a trattamento previsto per questa tipologia di rifiuti, che ovviamente non è tecnicamente quello previsto per i RAEE. Se un frigorifero, invece che essere trattato da RAEE, viene mandato a un inceneritore o gestito da un rottamaio, è uno spreco e inquina”.

Cosa non funziona nella filiera?

“Facciamo l’esempio di una lavatrice da buttare: se non viene identificata correttamente dai soggetti che gestiscono il rifiuto, attribuendo il corretto codice RAEE, per essere trasportata e avviata a giusto trattamento, ecco che si perde, il che è dannoso per tutti. Può essere il consumatore, con il classico abbandono per strada, può essere la piazzola di conferimento, che non osserva le procedure, o la distribuzione, che magari affida a terzi il trasporto e non ha esito del corretto conferimento, alla fine 'scompaiono' dei quantitativi di RAEE. Nella lavatrice, come in quasi tutti i RAEE, ci sono componenti che, recuperati, hanno un valore economico, e ci sono componenti che inquinano l’ambiente. Insomma qualcuno con comportamenti non corretti vuol guadagnare sulle spalle dei consumatori e dei cittadini”.

Anche i RAEE sono oggetto di illeciti dannosi?

“Se un soggetto vuole massimizzare il valore da smaltimento della lavatrice, smonta il motore e butta il resto a fiume. Se del frigorifero si prendono compressore e serpentina, c’è un mercato nero che li può assorbire. Addirittura, in certi casi vengono saccheggiati RAEE già conferiti nei centri di raccolta comunali. Questi siti, purtroppo, sono spesso oggetto di atti criminali, con conseguenti danni economici anche per le strutture. I ladri divelgono le cancellate, a Napoli addirittura hanno rubato l’inferriata per vendere il ferro. Entrano nei centri di raccolta, aprono i contenitori e fanno a pezzi gli apparecchi per portare via componenti che hanno valore in un mercato illegale, chiaramente fuori dal sistema. Sono attività illecite favorite anche dalla mancanza di attenzione all’origine, quando si affida il trasporto a personale non autorizzato, al primo ape car che passa e che magari esercita l’attività illecitamente. È una criticità che si evidenzia specificamente nella fase del ritiro a fronte della vendita del nuovo”.

È quindi responsabilità dei distributori, coinvolti nel ritiro sugli acquisti...

"La normativa ha introdotto questo nuovo soggetto responsabile - la Distribuzione - che peraltro è tenuto alla responsabilità (del ritiro) gratuitamente”.

Longoni, sarebbe utile prevedere un compenso per questi soggetti, “obbligati” loro malgrado a occuparsi di raccolta RAEE?

“La raccolta dei RAEE è in capo a due soggetti: i Comuni, che operano direttamente o tramite le società di raccolta rifiuti, e la Distribuzione. Se i primi sono remunerati dal sistema di raccolta dei rifiuti urbani - con le nostre tasse - , la Distribuzione ha ricevuto dal legislatore l’obbligo di gestione dei RAEE, ritirati in regime di uno contro uno e di uno contro zero, senza compenso. In generale, il settore distributivo non risponde adeguatamente agli obblighi, specie in presenza di determinate tipologie di struttura e a talune latitudini. Operatori di certe dimensioni sono strutturati e hanno risposto in un modo adeguato, il commercio tradizionale ha mostrato qualche difficoltà in più”.

E il ruolo dei Comuni qual è?

Lo Stato italiano è responsabile, di fronte alla Comunità Europea, del raggiungimento degli obiettivi di raccolta. Ma a livello periferico, non tutti i Comuni offrono la possibilità ai cittadini di conferire i RAEE adeguatamente (nelle piazzole ecologiche o centri di raccolta) per mancanza di strutture. Quindi un nodo della filiera è semplicemente l’assenza per i cittadini di un posto autorizzato dove portare i RAEE. Questo non significa che in tali zone si abbandonino tutti gli apparecchi per strada. Succede, per esempio, che vengano avviati a raccolta indifferenziata con un triplice effetto: inquinamento sicuro per l’ecosistema, perdite di materie prime seconde da riutilizzare, spreco di risorse del sistema. E poi ciò è un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi europei. Va detto che, del resto, la stessa raccolta differenziata dei rifiuti domestici non è presente in maniera eguale sull’intero territorio nazionale”.

Raee piazzole

Il Sistema Paese impatta con la filiera dei RAEE…

“È una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Alla fine del 2017 è scaduto l’accordo di programma che regola i servizi di ritiro svolti dai consorzi dei produttori presso i centri di raccolta dei Comuni. Il Centro di Coordinamento e le parti firmatarie sono d’accordo sul contenuto del rinnovo e pronte a firmare, ma Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) si sottrae alla firma dell’accordo a causa della destinazione di fondi sulla comunicazione, non previsti obbligatoriamente dalla legge, ma messi volontariamente a disposizione dai Produttori di AEE. Stiamo parlando di un accordo che ha portato nelle tasche di chi gestisce le aree di raccolta, Comuni compresi, circa 50 milioni di euro nell’ultimo triennio”.

In effetti c’è poca comunicazione sulla questione rifiuti elettrici ed elettronici...

“La comunicazione è fondamentale. La normativa affida ai Comuni e alle società di gestione il compito di comunicare ai cittadini le attività relative alla raccolta differenziata dei rifiuti. Se le seconde sono più attive, i primi, devo dire, latitano, faticano a partecipare ai bandi, finanziati dai produttori, a volte non usano risorse messe a disposizione. ll Ministero dell’Ambiente ha chiesto alla Distribuzione di realizzare un video esplicativo da diffondere attraverso gli spazi televisivi di Pubblicità progresso. Non se ne è fatto nulla perchè non è stato possibile mettere d’accordo le varie associazioni di categoria. Il mondo della distribuzione in generale fa una certa fatica a mettere a fattor comune certe opportunità di pubblico interesse. Del resto il problema di comunicare ai consumatori le regole di gestione dei RAEE non è cosa facile. Un esempio? Spiegare il ritiro “uno a uno”, o “uno a zero”. La campagna radiofonica attualmente on air è una iniziativa del Centro di Coordinamento, realizzata con fondi extra messi a disposizione dai produttori nelle previsioni dell’accordo di programma con i Comuni. La campagna radiofonica, per cui abbiamo investito 1 milione di euro, e che ha come testimonial i più noti Dj, vuole raggiungere anche target meno sensibili alla raccolta RAEE: strano a dirsi, ma sono proprio i giovani sotto i trent’anni. Infatti, mi conceda la battuta, l’identikit dell’italico frequentatore tipo dei centri di raccolta è: uomo, quaranta, cinquant’anni e… mandato dalla moglie. Battute a parte, l’informazione è un ambito nel quale anche le associazioni di consumatori potrebbero fare molto”.

Insomma, quanto vale il sistema RAEE?

“Forse è il caso di ribadirlo: siamo noi consumatori a finanziare in toto questo sistema. I produttori raccolgono i contributi dal mercato e li girano in toto ai i propri consorzi , enti senza scopo di lucro controllati direttamente dal Ministero dell’Ambiente. L’associazione delle imprese del trattamento stima in 200 milioni di euro il giro d’affari annuo. Le risorse vengono impiegate in tutti i processi del sistema RAEE, peraltro sempre in fase di miglioramento. Ad esempio, i centri di raccolta, i luoghi di raggruppamento della distribuzione vengono incentivati a essere efficienti, gli accordi previsti dalla normativa tra tutti i soggetti legati alla raccolta e al ritiro prevedono un premio in denaro per l’efficientamento nella preparazione del carico, con l’obiettivo di ottimizzare i costi di logistica dei consorzi dei produttori, i quali distribuiscono circa 18 milioni di euro in premi annui, soldi che sono destinati ai Comuni e alla Distribuzione. Questi premi, i costi di gestione, la logistica pesano circa il 50% sul volume d’affari totale, un altro 40% viene assorbito dal trattamento vero e proprio della commercializzazione delle materie ricavate dal trattamento. Tutte le attività sono finalizzate a raggiungere l’obiettivo comunitario che impone ai produttori di riciclare almeno l’85% del peso di quanto trattato. Si recuperano facilmente il ferro, il rame e gli altri metalli e alcuni materiali pregiati minimamente presenti negli apparecchi, mentre per la plastica, il vetro, e altri materiali il recupero avviene a costo e non a ricavo. C’è però un dato non calcolabile con facilità: il costo ambientale rappresentato dai RAEE malgestiti non è un valore che riusciamo immediatamente a quantificare e visualizzare. Chi sottrae i RAEE dai centri di raccolta, li saccheggia, li abbandona nell’ambiente, li tratta in modo inadeguato, commette un crimine ambientale. Sono atti di microcriminalità le estrazioni estemporanee di rame, ferro e altri metalli. Bisogna dire che il mercato che assorbe il risultato della illecita gestione dei RAEE è in mano a pochi operatori noti, volendo le autorità potrebbero fare controllì”.

Dunque la filiera dei RAEE in Italia funziona. È una buona notizia, specialmente in previsione delle novità già in vigore con l’Open Scope, per cui si può prevedere fino a un raddoppio dei quantitativi di AEE immesse sul mercato. Resta da approfondire l’altra parte del processo, l’ultima, quella del trattamento. Sarà interessante sapere cosa succede dopo lo smembramento di un rifiuto elettrico ed elettronico, che cosa si ricava dalla lavorazione degli oltre 65 materiali diversi che compongono mediamente un apparecchio.