Sabato, 21 Luglio 2018 10:36

Il colloquio di lavoro

Attese, viaggi, e poi ancora attese dopo il famigerato: "Le faremo sapere". 

Finalmente l'occasione giusta, quella che aspettavi, sembra essere arrivata. Hai passato ore, giorni, addirittura mesi a scandagliare ogni sito Internet alla ricerca dell'offerta di lavoro adatta a te e alle tue competenze. Hai anche percorso diversi chilometri bazzicando tra un'agenzia interinale e l'altra chiedendoti quale sia effettivamente il loro ruolo, dato che (troppo) spesso vieni liquidato frettolosamente con la richiesta di registrare il tuo curriculum sul loro sito web (ok, ma allora voi che ci stare a fare lì seduti?).

Insomma, il peggio sembra essere passato. Hai anche sostenuto e superato quell'assurdo "colloquio conoscitivo", durante il quale ti vengono fatte domande banali ricevendo in cambio indicazioni molto vaghe su quello che potrà/dovrà essere il tuo futuro impiego. Così non ti resta che l'incontro decisivo (sperando che sia solamente uno...) con l'azienda, la quale si trova immancabilmente ad almeno una cinquantina di chilometri da casa. Ti sobbarchi il viaggio carico di entusiasmo e speranze, con la convinzione che finalmente si entrerà più nello specifico delle mansioni da svolgere. Nei fatti, invece, prenderai parte ad una sorta di "colloquio conoscitivo bis", dove sostanzialmente ti toccherà recitare a memoria ciò che è già riportato sul tuo prezioso CV e rispondere a qualche domanda-trabocchetto.

Torni a casa frastornato, con quel "le faremo sapere" che rimbomba nella testa. Poi passano ore, giorni, settimane e capisci che no, non ti faranno sapere un bel niente! Ci arrivi da solo, ti senti abbandonato a te stesso e comprendi che forse è il caso di puntare le tue attenzioni altrove, ricominciando da capo quel lungo percorso che credevi ormai di aver terminato.

Ora, che le aziende abbiano il diritto di scegliere il migliore tra i candidati che vengono loro sottoposti, è sacrosanto; così come è giusto non sottovalutare il lavoro di coloro che sono deputati a scremare un elevatissimo numero di candidature, andando proprio a presentare ai clienti finali i profili che vengono ritenuti più adatti alle mansioni richieste. Tutto chiaro, lineare, assolutamente legittimo. Il processo di selezione però termina, o per meglio dire dovrebbe terminare, con la comunicazione della scelta effettuata. Cosa che, ovviamente, accade per il candidato che esce vittorioso da questa lunga corsa, ma che (quasi) mai accompagna il percorso del cosiddetto "perdente".

Eppure basterebbe poco, davvero poco. Una telefonata a quei due, tre, quattro candidati che arrivano fino all'ultima tappa dell'iter di selezione, sarebbe la cosa più gradita, anche se molto banalmente basterebbe una semplicissima mail preconfezionata: roba da perderci una decina di secondi, non di più! Nessuno pretende alcuna giustificazione, ma è doveroso, da parte di agenzie ed aziende, "liberare" il candidato comunicandogli che la scelta è ricaduta su un'altra persona. È forse chiedere troppo?

Rispetto reciproco. Si tratta solamente di questo. Due paroline magiche che, come si può notare, spesso vengono a mancare fin dal primo approccio. Un problema che poi (e lo vediamo quotidianamente) si trascina all'interno dei negozi, dove è palese che l'atteggiamento della proprietà sia in totale contrasto con quello di dipendenti, che ormai si sentono semplici soldatini da muovere qua e là sullo scacchiere.

Ora raccontami delle tue esperienze, scrivimi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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