Sabato, 08 Marzo 2014 00:00

Fornitore, paga e taci!

Ovvero l'efficienza nella filiera

Parliamo di efficienza nelle aziende del nostro settore? Il tema è indubbiamente di attualità, soprattutto dopo l'uragano della crisi che costringe tutti a guardarsi allo specchio e capire come lavorare meglio a costi inferiori. Sì, perché efficienza vuol dire proprio questo. Vuol dire, in sostanza, risultati concreti e non promesse poi disattese. A nostro avviso la realtà che abbiamo sotto i nostri occhi ha due facce, una diversissima dall'altra. Da un lato abbiamo la faccia delle industrie, dei fornitori. Ed è una faccia con un'espressione a dir poco preoccupata. Perché la crisi non ha lasciato molte scelte e ha imposto decisioni in diversi casi piuttosto drastiche: chiusure di stabilimenti, licenziamenti, lotte sindacali, scioperi e così via. Insomma, diventare più efficienti ha significato fare cose che probabilmente non si sarebbero volute fare, ma si sono dovute fare per mantenere in vita l'azienda e garantirle un futuro. Le vicende di Electrolux e di Indesit Company, al momento in cui scriviamo, stanno ancora occupando non pochi spazi negli organi di stampa. Ma l'elenco sarebbe ben più lungo.

Presa di coscienza
è ovvio che sui comportamenti presi o che si prenderanno si può disquisire a lungo, ma resta il fatto che sono stati decisi. La presa di coscienza della realtà c'è stata. Con tutte le sue dolorose conseguenze, che magari in futuro potranno diventare opportunità di sviluppo. Intanto, però, sono dolori. Questo è quanto è successo nel campo delle industrie. Bene, e in quello del trade? Ecco, qui la situazione è meno uniforme, almeno a nostro parere. Diciamo subito che tra i distributori, di cambiamenti ce ne sono stati e ce ne saranno. Siamo assolutamente convinti che alla fine del 2014 l'orizzonte italiano della distribuzione eldom sarà profondamente mutato. Una convinzione condivisa anche da Alessandro Butali, presidente di Aires, durante una telefonata nelle settimane scorse. Ovviamente con il termine "cambiamenti" si possono intendere tanti aspetti: chiusure di punti vendita, fallimenti di aziende e, nel trade organizzato, nascita di nuove aggregazioni all’interno dello stesso gruppo oltre che abbandono del gruppo di appartenenza e ingresso in un altro. A proposito di efficienza, il numero dei punti vendita italiani resta ancora troppo alto. Sicuramente nel corso dell'anno e del prossimo ne verrà chiuso un certo numero. Ma qui vogliamo concentrare la nostra attenzione sulle efficienze che possono derivare dalle nuove aggregazioni del trade. Perché nel recente passato, quando da due piattaforme si è passati a una sola, di efficienze se ne sono viste ben poche. Anzi, questo ha voluto dire richieste di maggiori contributi ai fornitori in cambio di nulla.

Più soldi in cambio di nulla
Come ci racconta il direttore commerciale di una importante industria del bianco, "di fronte a nuove aggregazioni è accaduto troppe volte che a noi fornitori si chiedessero più soldi a fronte di una nuova compagine societaria dove però le due vecchie piattaforme continuavano a comprare separatamente e a utilizzare logistiche separate. Questo è solo un modo per chiedere più soldi ai produttori senza trovare valore dall'aumento dell'efficienza della filiera distributiva". Ragionamento che non fa una grinza. Se io rivenditore chiedo a un fornitore di aumentare i contributi per il solo fatto di essermi messo insieme a un altro rivenditore, come minimo quel fornitore mi chiede qualcosa in cambio. Alla fine, se in questo mercato la sfida deve essere a creare più valore, allora va ribadito che il valore deriva dall’utilizzare una sola sede, da un solo direttore commerciale, da un solo magazzino.

Decisioni dolorose
Tutto ciò si traduce in quelle decisioni dolorose che tra le industrie si sono già prese: licenziamenti e spostamenti di sedi. E che nel trade vuol dire anche rinuncia alla propria autonomia a favore di una entità superiore. Vuol dire organizzazioni snelle. Vuol dire, anche e soprattutto, riprendere a conoscere i propri consumatori sul territorio. Difficile da accettare, certo, ma non restano altre strade da battere. Insomma, il trade organizzato deve guardarsi in casa propria ed ammettere che per lunghi anni, quelli delle vacche grasse, i problemi non li vedeva o faceva finta di non vederli; poi quando è arrivata la crisi, ha pensato che prima o poi la nottata passasse per tornare a ballare la samba subito dopo; infine, quando si è accorto che la nottata non voleva saperne di passare, ha realizzato all'improvviso i tanti problemi irrisolti che aveva dentro di sé e attorno a sé, scoprendosi forse incapace di risolverli tutti in un botto. E si è scoperto incapace perché il modo stesso di stare insieme, nel trade, dimostra oggi tutti i suoi limiti.

Ribellioni
Il primo di questi è di avere riunito operatori diversissimi fra di loro pur di raggiungere un monte-fatturato interessante, magari accettando che nei gruppi pochi importanti soci imponessero strategie commerciali ritagliate su misura per loro stessi ma sbagliate per tanti rivenditori piccoli e medi, che ora si ribellano o vorrebbero ribellarsi. Oggi è proprio la sfida dell'efficienza che va vinta a tutti i costi, altrimenti non ci saranno prove d'appello.