Sabato, 30 Aprile 2016 00:00

EDITORIALE - La consapevolezza del ruolo (importante) del rivenditore

Girando per i negozi troppe volte abbiamo la sensazione che questa consapevolezza sia stata smarrita

Nella veste di consumatori misteriosi abbiamo appena concluso la visita a una decina di punti vendita per conto di un gruppo di rivenditori. Al di là dei risultati di ciascun negozio (positivi e negativi, sia chiaro), che illustreremo durante il consiglio di amministrazione della società che si terrà nelle prossime settimane e al quale siamo stati invitati, da questa esperienza abbiamo ricavato l'ennesima conferma di un pensiero che da tempo ci frulla nel cervello. Il rivenditore di elettrodomestici riveste un ruolo - diremmo - sociale importantissimo, a ben vedere. E il motivo è semplice: vende prodotti che migliorano la qualità della vita, che la rendono più piacevole, più comoda, più divertente, più fruttuosa. Insomma, “più” tante cose. La lavatrice e il frigorifero, tanto per dirne una, hanno cambiato la storia del mondo. Per non citare il pc, lo smartphone, e tanti altri apparecchi. Poco? Moltissimo, invece. Ma lui - il rivenditore - è consapevole di questo ruolo? Del peso specifico potenzialmente enorme che rovescia nelle nostre vite di tutti i giorni? Ecco, questo è il punto. Troppe volte abbiamo la sensazione che egli tutto pensi del suo lavoro meno che sia importante. Se troviamo punti vendita sporchi, mal tenuti, in disordine; se troviamo punti vendita che all'ingresso invitano i consumatori a lasciare fuori le proprie borse, e che all'interno chiedono di NON toccare i prodotti; se troviamo addetti che fanno finta di non vederti (e la responsabilità è dei loro capi) o che sconsigliano l'acquisto di certe marche che hanno in negozio (ma allora perché le hai prese? ci si domanda. E soprattutto: mi stai dicendo la verità su quelli che tu ritieni buoni?); se troviamo prodotti violentati da cartellini prezzo attaccati con il nastro adesivo bene in evidenza, come se fossero appena stati scaricati dal camion, e quei cartellini raccontano soltanto sigle incomprensibili e poco altro; se troviamo tv di ultima generazione con schermi che mandano video che non funzionano e dopo un quarto d'ora nessuno se ne accorge. Ecco se vediamo tutto questo, e purtroppo anche altro, ci viene il sospetto che certi rivenditori che sono anche imprenditori abbiano perso il gusto di fare il proprio lavoro, dimenticandosi che loro per i consumatori (o per lo meno la maggioranza di essi) rappresentano la chiave per vivere meglio. Pertanto se i rivenditori riscoprissero solo un centesimo del loro potenziale valore, che deriva dal valore dei prodotti che vendono, dalla loro capacità di assumersi rischi, dal piacere di servire i consumatori (anche quando costoro ti fanno saltare i nervi, perché te li fanno saltare), la "musica" in giro per i negozi sarebbe ben diversa e non ci sarebbe bisogno di consumatori più o meno misteriosi. Quindi, al di là di come ciascun imprenditore desideri impostare il proprio lavoro tutti i giorni con volantini o senza volantini, con sottocosti o senza sottocosti, puntando su prodotti di fascia alta o bassa, la vera (ri)conquista sarebbe se costoro tornassero ad appropriarsi della consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo. Perché da questa consapevolezza ne deriverebbe a valanga tutto il resto. Compresa una collaborazione autenticamente pro-consumatore con i fornitori. E compresa anche l'umiltà di guardarsi allo specchio riflettendo in modo trasparente e intellettualmente onesto su ciò che vede. Per fortuna qualcuno comincia a farlo. (g.g.