Lunedì, 20 Marzo 2017 00:00

COMMENTO - La Borsa (che si gonfia) di Unieuro e quella (semivuota) dei gruppi organizzati

Riflessione da domenica pomeriggio durante l’appisolamento post tortellino. Unieuro va in Borsa e offre il 48% delle azioni a un prezzo fra 13 e 16,50 euro per un valore oscillante fra i 260 e i 330 milioni di euro (fonte: Ansa). Il primo pensiero che ci è passato per la testa è stato: possibile che meno della metà valga così tanto, quando per mesi si è cercato di venderla a un prezzo attorno ai 300 milioni? Ma il punto non è questo.

 

Vedremo come andrà la raccolta. Ma anche se andasse in modo disastroso e Unieuro raccogliesse solo la metà dei 260 milioni di soglia minima auspicata, la montagna di soldi a disposizione sarebbe comunque enorme. Enorme per il fondo americano, che entrò in Unieuro per circa 45 milioni, se la memoria non ci tradisce. A quel punto cosa accadrà con una dote di 130 milioni raccolti dagli investitori istituzionali (vale a dire le banche)? Presumibilmente che una buona fetta se li intascherà il fondo e la parte restante verrà destinata all’ulteriore sviluppo della catena, con potenzialità di fuoco a dir poco impressionanti. Nel frattempo le quote di mercato controllate dai pure players dell’e-commerce (e pensiamo soprattutto a Amazon) difficilmente faranno marcia indietro. Anzi.

 

I conti della serva, allora, ci dicono che Unieuro e Media World, anch’essa in predicato di andare in Borsa e alle prese con un piano di riorganizzazione che punta al rilancio (e comunque la corazzata tedesca, pur in tempesta, è destinata a restare una corazzata) potrebbero arrivare a controllare il 40 per cento del mercato nel giro di poco tempo; Amazon ha tutte le possibilità per arrivare al 20; tra gli altri pure players e i despecializzati è una bestemmia se pensiamo a un ulteriore 10 per cento? Crediamo di no. Siamo arrivati al 70 per cento. Ai gruppi (Expert, Euronics e GRE) resterebbe, se va bene, il solito 30 per cento. Compreso l'ingrosso. Ma già oggi costoro tradiscono un fiato lungo qualche chilometro a causa di margini sempre più bassi, litigiosità interne, difficoltà in aumento sul piano delle vendite e costi che restano a livello di guardia. Insomma, arrancano come un ciclista in crisi di fame sul Pordoi. Non vogliamo neppure pensare a cosa accadrà quando Unieuro, bene o male, sarà uscita ancora più forte dallo sbarco a Piazza Affari e Media World avrà sistemato il transatlantico. Perché lo sistema.

 

L’augurio, allora, è che chi guida i gruppi (e pensiamo agli imprenditori, non ai manager) sia consapevole di questo quadro e si muova alla velocità della luce per dare avvio a un processo teso a inoculare maggiore qualità nelle loro organizzazioni su ogni fronte. Smettendola di scimmiottare politiche commerciali che non appartengono alla loro storia e che se vogliono avere ancora una storia, non devono appartenere neppure al loro futuro. Perché sono proprio loro, i gruppi organizzati, a candidarsi in questo momento a diventare i vasi di coccio del nostro mercato e sono loro ad aver deviato dalla mission storica rincorrendo - lo ribadiamo volutamente - le politiche commerciali delle catene. Le quali, come stiamo vedendo, sono destinate a mettere nelle braccia un’altra buona dose di muscoli. (g.g.)