Giovedì, 21 Settembre 2017 00:00

Manca l'ossigeno

Riflessioni sulle ultime vicende giudiziarie che hanno colpito il nostro settore

Le accuse e i provvedimenti che qualche giorno fa l’autorità giudiziaria ha mosso nei confronti di alcune note aziende del settore come Bellanti, Carretti e Castoldi a proposito di presunte frodi fiscali, andranno dimostrate. Come sempre. In passato, episodi di questo tipo si sono rivelati alla fine delle bolle di sapone oppure hanno portato alla luce qualcosa di più concreto. Vedremo stavolta. Noi non dimentichiamo che in alcune occasioni pubbliche, in cui eravamo stati invitati a intervenire insieme a Marco Castoldi, avevamo manifestato la nostra stima nei suoi confronti. Stima che oggi noi rinnoviamo. Del resto proviamo a essere uomini e non caporali.

 

Detto questo, non nascondiamo la testa sotto la sabbia. Non l’abbiamo mai fatto, figurarsi se iniziamo a farlo ora. Che il nostro settore viva una delle crisi peggiori di sempre, solo i ciechi non lo hanno notato. Una crisi non solo di vendite rispetto ai tempi d’oro, ma soprattutto di idee commerciali e di dialogo con i consumatori finali. La concorrenza sfrenata sul terreno del fatturato ha contagiato tutte le insegne e condotto a strategie autolesioniste, basate sul livellamento verso il basso dei prezzi come unica direzione possibile e conosciuta. A furia di schiacciarsi verso il pavimento, però, qualcuno rischia di rimanere senza ossigeno. E se non respiri, di solito accade che muori. Non è un’opinione, bensì un fatto. Lo abbiamo visto negli ultimi anni con tante insegne locali che hanno chiuso e altre, oggi, in fortissima difficoltà.

 

In tutto questo, nella morfologia del trade vediamo tre schieramenti. Le catene pure, vale a dire le corazzate Media World e Unieuro, sono provviste di muscoli e risorse finanziarie, e almeno in un caso anche di creatività, che permettono loro di affrontare la crisi di vendite da una posizione (ancora) di forza. Il secondo schieramento è quello dei gruppi organizzati, insegne italiane dalla lunga storia, fatta di luci e ombre, che però coincide con la storia del nostro settore degli ultimi decenni. Un patrimonio enorme di buona imprenditoria, che però ha fatto la scelta di accettare la gara del prezzo non potendo contare sugli stessi muscoli delle due corazzate. Scelta sbagliata anche perché ha provocato la perdita di identità di chi sul territorio se l’era costruita in anni di duro lavoro. Ed era stata quella identità, che spesso si è tradotta in fiducia raccolta dai clienti finali, a decretarne la fortuna.

 

Ecco il punto, secondo noi. I gruppi avranno un orizzonte e in quale forma? Non lo sappiamo. Sappiamo che il loro futuro sarà garantito se metteranno i propri soci e i propri affiliati nella condizione di lavorare sul valore. Valore di prodotto, valore di servizio, valore - detto in altri termini - nel rapporto con i consumatori. Fuori dei gruppi e dentro di essi (ecco il terzo schieramento) troviamo tante aziende sane, gestite bene, che rappresentano il cuore pulsante di un settore in crisi, è vero, ma ancora vivo. Se nasceranno formule aggregative diverse dalle attuali, a nostro avviso dovranno nascere sulle basi che abbiamo appena ricordato. Altrimenti quelle oggi esistenti dovranno affrontare fatiche erculee per ritrovare la strada. Alternative non le scorgiamo. E non facciamo l’errore di ritenere il web il mostro che tutto distrugge e la causa di ogni male. Una web tax è necessaria, non ce lo nascondiamo. Ma se arrivasse la web tax senza però un lavoro efficace e profondo volto a conoscere meglio i consumatori e a ri-creare una identità, a ridare un senso alle aziende distributive che lavorano sul territorio, non ci sarà molta trippa per gatti. Insomma, ogni imprenditore della distribuzione dovrebbe chiedersi tutte le mattine perché i suoi clienti dovrebbero tornare da lui. In fondo, resterà pur sempre un 70-80% di mercato da gestire. Gli spazi ci sono. Non per tutti, beninteso, perché il numero dei punti vendita resta eccessivo. (g.g.)