Lunedì, 04 Giugno 2018 08:44

LETTERA - “Chiude il mio negozio, ma non mi adagio sull’indennità di disoccupazione”

Ci piace molto il tono di questa testimonianza firmata con nome e cognome. Ci piace perché da essa giunge un messaggio in qualche modo positivo e stimolante, nonostante un mercato al centro da anni di un uragano che è andato via via allargandosi.

Gentile redazione,

mi piace partire dalla fine, perché voglio credere che una fine preveda un nuovo inizio. Mi presento. Sono Francesco, ho 37 anni e dal 1° Agosto farò parte della nutrita schiera di italiani in cerca di occupazione. Ebbene sì, dopo 12 anni di servizio presso un negozio Euronics (quello di Sestu, in provincia di Cagliari), termina la mia avventura e quella dei miei colleghi. Un'altra serranda viene abbassata. Un altro negozio chiude in una regione, la Sardegna, già colpita duramente dalla crisi. Risultato finale: altre 17 persone a casa (se andiamo a sommare anche i dipendenti del punto vendita di Sassari andiamo a superare le 30 unità).

Premetto che posso solo ringraziare per l'occasione lavorativa concessami che mi ha permesso di crescere come uomo in primis e come lavoratore poi. Le sensazioni attuali sono contrastanti: delusione, rabbia per i silenzi di questi mesi, rassegnazione, confusione, riconoscenza ma anche consapevolezza che qualcosa è cambiato. Il mondo del commercio è cambiato e il mondo dell'elettronica di consumo ha patito non poco questo cambiamento. Chi non ha saputo adattarsi, chi non ha saputo cavalcare l'onda del cambiamento si è ritrovato a fronteggiare (con scarsi risultati) una situazione che ha portato ad una parabola discendente. È come andare in guerra e sperare di vincerla con le fionde. I numeri della crisi che ha investito il settore dell'elettronica sono una conferma impietosa, tra perdite in termini di fatturato (fatta qualche eccezione) e conseguenti chiusure di punti vendita.

Onestamente non ritengo che la colpa sia solo di Amazon, eBay o altre piattaforme di shopping online; troppo facile scaricare tutte le colpe sul web e non ammettere che sono stati commessi degli errori grossolani (anche perché allora non si spiegherebbe perché alcune catene resistano ancora alla guerra dei prezzi). Il risparmio c'è e non si discute (certe offerte, visto il risparmio, sono proprio irrinunciabili), ma ai clienti piace ancora lo store fisico: il prodotto lo vogliono vedere, toccare, accendere, vogliono un consiglio spensierato, vogliono avere un punto di riferimento in caso di assistenza. Sicuramente il web, oggi, aiuta parecchio il cliente interessato ad effettuare un acquisto, a districarsi ed informarsi su caratteristiche, prezzi, sul successo/insuccesso di un prodotto tramite le recensioni. Bisogna tenere presente che molti degli acquisti effettuati nei negozi fisici, sono fatti ricorrendo a forme di finanziamento e molti siti non permettono di usufruire di questa forma di pagamento, considerando per di più anche la costante diffidenza a dare i propri dati sensibili online. È vero che su alcuni siti c'è la garanzia di PayPal sugli acquisti, ma è anche vero che non tutti possiedono un conto PayPal. Alcuni acquisti sono più "immediati" come quelli della categoria Personal Care, notebook/tablet o lo stesso smartphone: se ti si rompe il telefono lo vuoi subito, non vuoi aspettare che ti arrivi a casa dopo 2/3 giorni. Altri, come nel caso dei grandi elettrodomestici, sono ancora in gran parte venduti negli store fisici.

È vero anche che avendo un'offerta commerciale sempre più vasta è difficile la fidelizzazione "old style": ormai il cliente acquista dove si risparmia. Ho conosciuto il boom economico degli smartphone, dei tablet, degli Lcd e dei Plasma, lo switch off del digitale terrestre. Era logico che tutto ciò (smartphone a parte, che ancora resistono) ad un certo punto dovesse incontrare una fase di stallo ed è proprio in questa fase che i migliori si sono contraddistinti: c'è chi la crisi l'ha affrontata guardandola in faccia, chi l'ha ignorata, chi ha ripiegato le colpe solo sulla forza vendita che alla fine, nella maggior parte dei casi, è stata la sola a pagarne le conseguenze. Errori da una parte e dall'altra.

Perché anche noi addetti del settore abbiamo fatto un grande errore: quello di pensare che il contratto a tempo indeterminato, per anni pietra miliare del lavoro in Italia, ci rendesse intoccabili e immuni, fosse una garanzia, il punto di arrivo, la "Comfort Zone". Sbagliato! Personalmente ho fatto di tutto, seppur con notevole difficoltà, per cercare di non entrare in questo circolo vizioso mentale del posto fisso e così da due anni a questa parte mi sono impegnato a cercare di cambiare e ovviamente migliorare la mia situazione lavorativa. Ho cercato di vedere tutto ciò non come un punto di arrivo ma come un punto di partenza.

Nel 2006, quando ho iniziato questa esperienza lavorativa, mi mancavano 8 esami al conseguimento della Laurea in Economia Aziendale, ma a 25 anni, il primo, serio, contratto lavorativo Full Time a tempo indeterminato non si poteva rifiutare: mi ha "destabilizzato" (i primi stipendi seri!) e "allontanato" da quello che fino ad allora era il mio obiettivo principale, la laurea. Così dopo aver accantonato, per diversi anni, lo studio per dedicare cuore e anima al lavoro, ho sentito e visto il vento cambiare, diventare freddo: da lì ho capito che bisognava farsi trovare pronti. Con impegno e sacrificio (anche economico dal momento che ho usufruito di 5 mesi di aspettativa non retribuita), nel 2016 ho conseguito la laurea con grande soddisfazione personale. E quello è stato lo spartiacque. Da lì in poi una continua e ossessiva ricerca di un lavoro che mi permettesse di migliorare la mia situazione lavorativa ed economica (seppur buona). Avevo studiato e credevo di poter migliorare ulteriormente. Credevo...

Mandato centinaia di curricula, fatto qualche colloquio ma niente che mi permettesse di migliorare il mio stato attuale. Diciamola tutta, partivo da una situazione di vantaggio: quella di avere un posto di lavoro, un buon contratto e una giusta retribuzione. Ciò mi permetteva di ascoltare le proposte e di valutare se fossero migliori di quella attuale: c'è chi mi ha proposto contratto da 24 ore settimanali per 6 mesi, chi addirittura ha sentenziato che non fossi all'altezza di ricoprire un determinato ruolo semplicemente dopo un colloquio telefonico o chi, peggio ancora, mi ha chiesto cosa ci facessi ad una selezione vista la mia posizione lavorativa. Ho addirittura inviato la mia candidatura per lavorare nel nuovo punto vendita Euronics che apre in Sardegna ma tra me, con una laurea in mano e 12 anni di esperienza nel settore (anche come responsabile di reparto), e un giovane formato tramite stage nel nostro punto vendita, la nuova azienda ha preferito optare per la seconda figura (over 30). Nessuna polemica, solo semplice constatazione: in Italia tra esperienza e sgravi fiscali vince di gran lunga la seconda opzione, è una battaglia persa. Ma a me perdere facile non piace. Se si perde, si perde con onore, a testa alta.

Quindi ora che si fa? Da tempo ho ripreso con lo studio della lingua inglese, con l'idea di emigrare in un paese dove, a 37 anni, non ti facciano sentire vecchio per il mondo del commercio. Dove non ti valutino solo per le informazioni scritte su un foglio di carta, ma che abbiano la voglia e la pazienza di insegnarti qualcosa, metterti alla prova, permetterti di dimostrare il tuo valore e non essere considerato solo un numero o merce di scambio. Si può avere anche bisogno di lavorare ma posso ancora permettermi di non svendermi. Non penso che fuori dall'Italia siano solo rose, ma credo allo stesso tempo che non siano rimaste unicamente le spine.

Non è utopia, non è fantasia, è realtà. Ho l'esempio lampante in famiglia. Tengo a precisare, onde evitare futili polemiche, che la mia famiglia é composta da 6 persone e siamo cresciuti con un unico stipendio che era quello di mio padre, operaio semplice, mentre mia madre faceva il lavoro più nobile del mondo ma non retribuito, la madre. Mio padre ha lavorato duro per cercare di garantire un futuro ai propri figli ma, ad oggi, 2 su 4 sono stati costretti ad emigrare per garantirsi, a loro volta, un futuro perlomeno dignitoso. Siamo 4 figli, due maschi e due femmine. Il maggiore si è laureato in medicina a Cagliari, è emigrato in Germania subito dopo la laurea per fare la specializzazione e oggi fa l'anestesista freelance in giro per la Germania. Mia sorella si è laureata in Beni Culturali, sempre a Cagliari, e anche lei dopo la laurea è emigrata in quel di Oxford, in Inghilterra (con enorme dispiacere soprattutto di mio padre), facendo prima la gavetta e trovando poi occupazione in un college, dove ancora attualmente lavora. Per entrambi, non è stata facile la permanenza lontano da casa (e non lo è tuttora), ma hanno cercato di ritagliarsi il loro spazio quotidiano in un'altra realtà: lo spirito di sacrificio trasmessoci dai nostri genitori insieme al duro lavoro e la dedizione, stanno dando i frutti sperati.

Sono stati bravi e non lo dico perché sono miei fratelli, ma perché sono stati capaci di essere flessibili, si sono adattati alla dura realtà che è stata messa loro di fronte: o così, o così. Ho spesso chiesto a loro se tornerebbero ora in Italia. Mi hanno detto entrambi "solo alle mie condizioni" e ciò significa che emigrando hanno trovato la loro dimensione, le giuste condizioni, le loro sicurezze che li fanno sentire ancora vivi.

Per quanto mi riguarda le idee ci sono. Se non ci sarà possibilità di rimettersi in gioco qui in Italia a breve termine (non ho alcuna intenzione di adagiarmi con la Naspi), dovrò preparare la valigia carica di buoni propositi, rimboccarmi le maniche, essere umile ma consapevole dei propri mezzi, pedalare e sudare. Non sarà facile, ma voglio tenere vivo questo fuoco che arde ancora e che qui rischia di spegnersi. Non bisogna aver paura né di bruciarsi, né di fallire. Bisogna temere di restare fermi, immobili, fossilizzati.

Francesco Spiga
Cagliari