Martedì, 15 Marzo 2016 00:00

Marzo-Aprile 2016

L'Editoriale: "Quel trade che non si guarda allo specchio"

Il problema del trade italiano è che è ancora troppo frammentato. Quante volte ce la siamo raccontata questa verità per spiegare certe dinamiche, certi difetti atavici, certe storture? Tante. E ce la raccontiamo ancora oggi. Sia chiaro, si tratta pur sempre di una verità difficile da smentire. Se guardiamo agli altri grandi Paesi europei, ci balza agli occhi una realtà completamente diversa e ancora non paragonabile a quella nostrana. Poi però succede un fatto curioso: che anche quando nascono nuove aggregazioni all’interno del trade, e dunque quella frammentazione si riduce almeno di un’unghia (fatto in sé positivo, dunque) sul piano dei costi è come se nulla fosse successo. Peggio, appena fatta l’aggregazione si corre dal fornitore a battere ancora più cassa di prima. Attenzione: non promettendo nulla più di prima in termini di fatturato, ma chiedendo di più (a volte molto di più) solo perché Tizio e Caio si sono messi insieme. Qui sta il punto. Secondo diverse aziende multinazionali, il trade italiano è più caro di una forbice che va dal 3 al 5% rispetto alla media europea. Non abbiamo gli strumenti per verificare l’autenticità di queste cifre, ma se solo la metà di esse fosse corretta sarebbe già molto grave. 

 

Grave non per una valutazione ideologica, o di parte, quanto perché a fronte di certe richieste di contributi giustificate dal fatto che “ci si è messi insieme” non si garantisce null’altro se non la permanenza di quel certo marchio tra quelli trattati dal gruppo. Ma in più non si offre nulla. Con la conseguenza che i fornitori vedono certe organizzazioni appesantirsi di strutture e sovrastrutture in quel limbo che va dalla centrale (necessaria) al territorio (essenziale), con mantenimento di direttori o pseudo tali, con corredo di altre figure come sindaci, revisori dei conti e quant’altro ancora. E allora come dar torto alle aziende quando si convincono che i loro contributi non servono (in buona parte) a vendere meglio e di più, ma solo a mantenere personale e non solo che non sarebbe più giustificato dopo l’avvenuta aggregazione? Quindi è un trade che quando si tratta di doversi guardare allo specchio, andando a individuare quelle rughe, che ci sono, e decidere come fare per cancellarle, preferisce evitare lo specchio e concentrarsi su altro. Ma le rughe restano, e così ì problemi, che fatalmente si incancreniscono. E questi non sono tempi nei quali ci si possa permettere il lusso di far finta di non vedere i problemi che si hanno in casa propria. 

 

Perché a forza di non vedere i problemi che si hanno in casa propria si finisce per non vedere neppure quelli fuori, che sono ancora più pressanti e decisivi per la salute delle aziende, distributive e non. Secondo dati ufficiali europei, infatti, nel settore dell'eldom l’Italia è buona ultima rispetto agli altri grandi Paesi del Vecchio Continente se si confrontano fatturato e popolazione. Da noi il mercato dell'elettrodomestico e dell'elettronica di consumo varrebbe 18 miliardi di euro, contro i 56 della Germania, i 28 della Francia, i 32 del Regno Unito, e mettiamoci pure i quasi 14 della Spagna (che ha 46 milioni di abitanti rispetto ai nostri 60). Sono numeretti che ci piacciono?