In teoria, nel mondo del lavoro italiano ferie e riposi settimanali sono sacri: lo dice l’articolo 36 della Costituzione, che stabilisce nero su bianco che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi” perché servono a garantire salute, dignità e una vita oltre il luogo di lavoro. Perché i padri costituenti hanno scritto che è il lavoratore a non poter rinunciare a ferie e riposi, chi mai si sognerebbe di farlo? Semplicemente perché, già nel 1948, avevano capito che i datori di lavoro avrebbero potuto trovare il modo di intromettersi nella vita privata dei loro dipendenti.
L’ennesimo paradosso
Pianificare e organizzare le ferie dovrebbe essere piacevole, quel misto di “Dove andiamo quest’anno?” unito a “In che periodo ci conviene andare?”. E invece, nel mondo del commercio, è un autentico calvario.
Il CCNL Commercio (ossia, il contratto nazionale di settore) dice che ogni dipendente ha diritto a 26 giorni lavorativi di ferie all’anno, quindi un totale di più di 4 settimane! Questo potrebbe sembrare un’autentica manna dal cielo, soprattutto quando si lavora a contatto col pubblico, pensate che bello: un mese intero senza clienti che si lamentano, colleghi che sbuffano, responsabili che incitano agli obiettivi…
In realtà, non è assolutamente così. Di quelle quattro settimane, due vanno pianificate in periodi “morti”, quindi a inizio anno o ad ottobre, e soltanto le rimanenti due possono essere consecutive e pianificate d’estate.
Ecco quindi l’ennesimo paradosso del nostro lavoro, che va ad aggiungersi ai “week-end” di mercoledì, i “festivi” quando le feste sono finite e le pause pranzo in piedi davanti ad uno scaffale: le ferie quando nessuno le vuole.
L’illusione della pianificazione
In teoria, il calendario ferie è un meccanismo trasparente: si pianifica per distribuire i periodi di riposo, garantire copertura e rispettare la legge. Nella realtà dei negozi, dove il personale è limitato e la domanda sale e scende come l’indice di borsa, questa semplificazione si sgretola. Non si può andare in ferie tutti assieme, non ci si può accavallare con i colleghi, nel contempo bisogna anche aprire il portafogli e vedere quanto abbiamo a disposizione. Già, perché sarebbe bello andare alle Maldive a febbraio, ma poi trascorrere luglio e agosto ai giardinetti sotto casa non è il massimo, soprattutto per chi ha figli che sono a casa da scuola per più di novanta giorni d’estate.
E così, tra chi propone di mettersi d’accordo in armonia e chi perentoriamente dice “io devo avere le due centrali di agosto”, la pianificazione delle ferie porta via tempo e aggiunge stress alle giornate lavorative: e non si ha esattamente quella libertà di scelta che ci aspetteremmo per un diritto di riposo.
Tra bisogni personali e esigenze operative
È un classico: quando apri il calendario per scegliere le tue ferie, scopri che metà dei colleghi “ha già riservato” le settimane buone e l’altra metà non ha assolutamente idea di quando farle, ma se troveranno un’offerta in agenzia stai tranquillo che non guarderanno in faccia a nessuno e prenoteranno “alla selvaggia”. Le regole interne, per quanto formalmente eque, spesso si traducono in un mosaico di priorità — anzianità, ruoli chiave e “simpatie” — che finiscono per limitare la reale possibilità di scelta personale. E chi vuole seguire le regole rimane sempre fregato.
Quindi si tergiversa, si aspetta, poi magari il tuo responsabile cambia negozio, il tuo direttore viene spostato e – dato che nessuno si è preso la briga di autorizzarti le ferie - ti tocca prenotare e metà giugno per le prime due di luglio. Con la conseguenza che pagherai una settimana a Riccione come due settimane nell’hotel più esclusivo di Dubai.
D’altronde non c’è più da stupirsi. Le statistiche ci dicono che più del 40 per cento dei lavoratori del commercio riceve i propri orari con meno di una settimana di anticipo, quindi perché per le ferie dovrebbe essere diverso?
Non è un piacere, è un dovere
L’incertezza dei dati (turnover, disponibilità, eventi imprevisti) rende praticamente inevitabile che qualsiasi piano ferie iniziale venga rivisto più volte fino alla data di effettiva partenza delle ferie. E quindi aggiungiamo stress e ansia ad un discorso come le ferie, che dovrebbe generare relax e riposo.
Qui arrivano i problemi: programmazione imprevedibile e cambi last-minute aumentano fortemente il rischio di stress e turnover. Una ricerca specifica sul retail evidenzia che il 75 per cento dei lavoratori non ha alcuna voce in capitolo sulla propria programmazione e oltre il 40 per cento riceve gli orari con pochissimo anticipo. Questo è più di un semplice fastidio: è un fattore di burnout.
L’assenza di regole genera il caos
L’assenza di regole coerenti e trasparenti per la turnazione e per la programmazione delle ferie può essere considerata piacevole, se ci pensiamo. Sento amici che lavorano in altri ambienti che, per avere un giorno di permesso, devono compilare moduli on-line e attendere che l’ufficio risorse umane si pronunci. Per noi è diverso: chiediamo un cambio turno al collega, al massimo ne parliamo con il responsabile che è anche “nostro amico”. Insomma: l’atmosfera alla ‘volemose bene’ – per dirla in dialetto romano – ci fa spesso comodo. Tuttavia, quando si parla di una pianificazione che potrebbe farci risparmiare più di qualche centinaio di euro, da un lato, e darci una serenità e una sicurezza nel lavoro e nella vita privata, dall’altro, occorre una maggiore serietà e regole valide per tutti.
Detto in parole povere: se mi fai sapere già adesso che ho le prime due settimane di settembre, per quanto mi possano non piacere, ho la possibilità di trovare un’offerta per spendere meno e “farmele andare bene”. Se, invece, mi fai aspettare fino all’ultimo, io vivo con ansia e incertezza tutto il tempo; e quando finalmente posso prenotare mi accorgo che le due settimane che tutti noi aspettiamo da un anno si riducono in due castelli di sabbia a Ladispoli, ad un prezzo folle.
Non è una barzelletta
Per chi crede che “programmare le ferie” sia un discorso futile, che stiamo parlando di “fuffa”, che è roba da barzelletta: non lo è. È un gioco a scacchi, solo che i pezzi sono il tuo tempo, i tuoi soldi e la tua salute mentale. Saltare mosse o improvvisare significa arrivare a luglio con il portafogli vuoto, i figli a casa e l’ansia che ti mangia.
Ecco perché, per noi del commercio, pianificare le ferie non è un lusso, non è un capriccio, non è un dettaglio: è una strategia di sopravvivenza. E chi lo prende sottogamba, rischia di scoprire che il vero stress non sono i clienti. (nathan)