Se l’invidia è una brutta bestia, allora io sono una brutta persona. Quello che scatena più spesso la mia, di invidia, è quando incontro clienti, parenti e amici che fanno un lavoro più “normale” del sottoscritto, soprattutto adesso che si avvicinano le feste. Molti di loro sembrano non capire nemmeno lo sforzo che deve fare un commesso nel 2023 per reggersi in piedi tra vita privata e lavoro in questi periodi. La fanno facile, loro: “Quando ci sei una sera di queste per mangiare una pizza e farci gli auguri?”; “Noi domenica andiamo a vedere i mercatini di Natale, venite?”; “Capodanno lo passiamo al mare? Ho trovato un’offerta!”.
E questi erano solo gli amici.
Per i parenti, poi, è come se non avessimo mai superato gli anni ’80. Andati in pensione con lo slancio del boom economico, genitori, suoceri e zii ricordano con piacere la frenesia delle feste, quei week-end (non lavorativi) fatti di shopping e preparativi, la tredicesima spesa in regali (non in bollette) e le feste comandate trascorse in famiglia (non in negozio). E si chiedono come mai non passiamo qualche festività assieme! Inutile cercare di far capire loro che il mondo del lavoro è cambiato, e che se tutto va bene arriverai al 25 con la febbre con l’unico desiderio di ficcarti sotto le coperte. Ricevi soltanto frasi fatte: “Anche ai miei tempi si lavorava e si tirava su una famiglia, ma non ci lamentavamo!”, oppure “Va beh, ma avrete un po’ di vacanza durante le feste, no?” e poi l’immancabile, onnipresente: “Guarda che basta solo sapersi organizzare!”.
Sarà poi una mia impressione ma in questo periodo gli unici clienti che servo sono tutti dipendenti statali o gente che fa smart-working. Sembra che siano rimasti solo loro a potersi permettere un elettrodomestico. “Sì, però la lavatrice me la consegni entro il 20 perché poi io parto…” dice una, che evidentemente fa l’insegnante. “Il frigo me lo porti pure quando vuole, tanto sono sempre a casa: faccio smart-working”, ammette candidamente l’altro. Queste persone non capiscono cosa significhi lavorare durante le feste, sorbirsi un’ora e passa di traffico, con la pioggia, perché sono tutti fuori a fare shopping. E sorridere, sorridere e sorridere, mentre sai che dovresti essere alla recita di tuo figlio, o a comprare qualcosa per cena, e magari dovresti farli anche tu, i regali di Natale. E invece no: le ferie tu le avrai quando non ci sarà più nulla da fare. Certo potrei andare a Zanzibar, dicono che sia meravigliosa a gennaio, ma con quali soldi?
E mentre sono lì che mi mangio il fegato, ci scrivono colleghi che stanno peggio di me e mi sento in colpa. Una lettera, in particolare, mi ha colpito perché nelle sue poche righe era un concentrato di cosa accade in una realtà del nostro retail: 12 ore al giorno, nessun riposo da qua a gennaio, guai ad ammalarsi. E nessuna speranza di migliorare le proprie condizioni lavorative, dato che “là fuori non c’è nulla”. Purtroppo la lettera era anonima, anche se Graziano (Girotti, il nostro editore) dice di essersi fatto un’idea di quale realtà si tratta.
Allora mi sono sentito in colpa, perché tutto sommato, per quanto il lavoro sia lo stesso, nel mio caso viene ancora rispettato il contratto e ci sono delle regole.
Amico mio, tu mi chiedi una lettera “solidale”, ma che solidarietà posso darti io che sono solo pieno di invidia per chi sta meglio. La mia può essere solo una falsa empatia, come quando si spia l’incidente nell’altra carreggiata solo per dire: “Uh che fortuna! Non è successo a me!”. Sono una brutta persona, te l’ho detto. Inutile, poi, sperare che i clienti si accorgano improvvisamente che fare la spesa di domenica non è necessario. Oppure che decidano di farsi due passi all’aria aperta per digerire i pranzi delle feste, anziché nei centri commerciali. Forse il tuo datore di lavoro riceverà la visita degli spiriti del Natale, come nel racconto di Charles Dickens, e sarà illuminato dal fatto che, rendendo più leggero il vostro mestiere, potrebbe ottenere gli stessi risultati dagli addetti soddisfatti. Se aspetti questo, però, ho paura che ti lamenterai ancora per i prossimi cent’anni.
Non so se ti è capitato di vedere le “nuove leve” all’opera, ma sappi che i giovani hanno già fiutato l’inganno: difficilmente si fanno intrappolare in un posto con la minaccia che “non c’è altro”. Loro, senza mutuo e senza famiglia, hanno per fortuna ancora una vita davanti e non vogliono trascorrerla a lavorare. Loro non ci invidiano. Ormai i ragazzi sanno benissimo che non si tratta più di tenere duro quei 20, 30 anni, per poi godersi la pensione (come i miei suoceri!), preferiscono trovare qualcosa che gli permetta di trascorrere del tempo libero, dato che la pensione non la vedranno mai. Quindi, se è vero che “fuori non c’è niente”, è anche vero il contrario: non si trova più gente disposta a buttare via la propria vita e la propria salute al lavoro.
Allora facciamoglielo capire, al tuo datore di lavoro, che non siamo dei robottini, che l’ultimo cliente che serviamo non riceve la stessa qualità del primo, che a mano a mano che esauriamo le energie il nostro lavoro non è più produttivo. Perché forse fino ad adesso, per paura o accondiscendenza, hai sempre cercato di dare il massimo per tutte e 12 le ore lavorative. Ma non è normale un impegno del genere. Concorderai con me che buttare via metà della propria esistenza per poi lottare con le bollette e arrivare a fatica a fine mese non vale la pena.
Non avere paura di far vedere che sei stanco. Non temere di dire ogni tanto “no”. Il tuo impegno vale, e da buon venditore sei capace di far percepire questo valore. Se il “cliente”, in questo caso il tuo datore di lavoro, non è disposto a pagare il prezzo corretto, allora non avrà quel prodotto, ma quello più economico: che offre prestazioni inferiori.
La qualità del lavoro è inversamente proporzionale alla quantità. Lo dovranno capire prima o poi. D’altronde, peggio di così non può andare, no?




