Gestire i flussi nei punti vendita ultimamente non è un’impresa facile. Le analisi predittive servono quanto chiedere consulto all’Oracolo di Delfi. In un mercoledì mattina alle 10.15 potrebbero entrare tre famiglie distinte alla ricerca di tre famiglie di prodotti diversi e il personale va in tilt. Al contrario, assistiamo a sabati pomeriggio assolati nei quali ci si potrebbe mettere a giocare a carte come in bocciofila.
Quando il "picco di flusso" non è più statistica, bisogna cercare un diverso approccio per gestire le curve di fatturato.
Il mito del caos controllato
Per anni abbiamo vissuto nella rassicurante idea che il caos fosse controllabile. Abbiamo gestito i flussi in base agli ingressi degli anni precedenti, rafforzando il personale (cioè quel manipolo di eroi che sono sopravvissuti ai tagli) quando pensavamo che entrassero più clienti, inserendo i giorni di riposo quando credevamo che il negozio fosse deserto. Oggi, quel paradigma è morto.
Sarà lo smart-working sempre più diffuso, sarà che molti consumatori si sono stufati di dedicare il week-end alle compere, fatto sta che recentemente stiamo assistendo a flussi di visitatori estremamente volatili. Secondo una statistica di Placer.ai, una piattaforma di analisi che traccia modelli basati sul traffico dei consumatori, gli ingressi nei punti vendita degli ultimi anni sono sempre più influenzati da variabili esterne come il meteo locale, campagne digitali e persino notizie di macro economia che rendono le visite del tutto casuali. Un temporale nei paraggi o una guerra a migliaia di chilometri di distanza provocano lo stesso risultato: negozio deserto. Al contrario, basta una prima ondata di caldo, magari accompagnata da un telegiornale che rassicura sulla ripresa dei consumi o sul calo dei tassi d'interesse, ed ecco che il punto vendita si riempie all'improvviso di clienti.
A complicare il quadro c’è la natura stessa della nostra trattativa. Noi che non vendiamo panini bensì tecnologia, abbiamo un contatto col cliente che può richiedere dieci minuti per un accessorio fino a oltre due ore per un acquisto più complesso. (Anche se a volte è esattamente il contrario, dipende dall’accessorio e dal cliente). Quando queste variabili si scontrano con un picco improvviso, il risultato è il "buco nero" del servizio: il cliente entra, vede il marasma e inizia a farsi delle domande: “Sono entrato nel posto giusto, visto che non riescono a gestire un tranquillo mercoledì mattina?”; “Vedo gente nervosa e scontenta dovunque, non vedo molti dipendenti entusiasti, forse qui non si compra bene”; “Aspetto ancora due minuti, poi se nessuno mi considera me ne vado”. E qui sta il dramma: quel cliente non sta solo uscendo dalla porta per tornare in un altro momento. Una volta che ha bollato il negozio come "un casino", la probabilità che torni crolla vertiginosamente.
Il nostro grande problema è che, fino a ieri, ci siamo affidati alla legge dei grandi numeri per prevedere quanti clienti sarebbero entrati in un dato giorno, basandoci sul fatturato dell’anno precedente. Ignorando il fatto che, anno dopo anno, abbiamo perso risorse preziose. Con l’organico ridotto, basta una famiglia con le idee un po’ confuse per mandare in tilt un negozio. Sappiamo tutti, poi, com’è la classica “coda all’italiana”: il più prepotente passa davanti agli altri che, silenziosi, se ne vanno.
La soluzione altrove
Mentre noi ancora cerchiamo di capire chi deve servire chi, oltre confine qualcuno ha già trasformato l’attesa in un processo digitale. Sephora, colosso mondiale del beauty (un settore che, come il nostro, vive di consulenza tattile e personale), ha introdotto un sistema di "Virtual Queue". Il cliente non deve restare piantato davanti a un bancone: si registra digitalmente, riceve una notifica sul cellulare quando è il suo turno e nel frattempo può continuare a girare per lo store o addirittura fare altro fuori dal negozio. Anche Apple, con il suo Genius Bar, ha capito da tempo che l’unico modo per gestire la complessità è la "prenotazione del tempo": non compri un prodotto, compri una finestra di attenzione dedicata.
E in Italia? Non siamo da meno, sebbene in settori diversi. Mondo Convenienza ha sdoganato l'uso del QR Code posizionato strategicamente nei reparti. Inquadri, ti metti in coda virtualmente per una consulenza d’arredo e puoi sederti su un divano (magari quello che vuoi comprare) ad aspettare il tuo turno, senza l’ansia di dover difendere il tuo posto con le unghie e con i denti contro il furbetto di turno.
La psicologia del "numero in mano"
Perché un cliente è disposto ad aspettare venti minuti con un bigliettino in mano alle Poste (sebbene lamentandosi dell’attesa), ma scappa dopo cinque minuti quando vede che manca una coda organizzata? In realtà, quando l’attesa è incerta, sembra più lunga. Il consumatore inizia ad indagare con lo sguardo cercando di incrociare quello dei commessi per capire se si trova nel posto giusto, poi vede che qualcuno passa davanti agli altri con la scusa della “semplice domanda”, si innervosisce e inizia a sbuffare.
Quando un cliente vede il caos senza una regola, percepisce un’ingiustizia potenziale: "Perché quello arrivato dopo di me viene servito prima?". Questa ansia alza i livelli di cortisolo e spinge alla fuga. Al contrario, una regola (ticket, QR code) trasforma l'attesa in un contratto: il negozio riconosce la tua presenza e ti garantisce un posto. Studi recenti confermano che il tasso di fedeltà passa dall'89% per chi gestisce bene le code al 62% per chi lascia il cliente nel limbo. Addirittura, il 73% degli acquirenti abbandona l'acquisto se deve aspettare più di 5 minuti in una situazione percepita come disorganizzata.
Il cliente di oggi, come quello di ieri, non vuole sentirsi invisibile. Noi addetti vendita, invece, siamo diventati sempre più invisibili agli occhi di chi entra. Diventa quindi evidente che la soluzione non sta nel rincorrere l'algoritmo perfetto per i turni della settimana successiva, ma nel blindare l'accoglienza qui e ora. Introdurre una coda virtuale o un sistema di prenotazione classico con la chiocciola dei numeri non serve a rendere i reparti come il “banco degli affettati” al supermercato - come ho sentito dire spesso da qualche store manager - ma a liberare il personale dall'ansia della gestione del traffico, restituendogli un ritmo più gestibile e una più alta professionalità. (g.m.)




