Alcuni mesi fa ho pubblicato su questo giornale una riflessione sul tema delle domeniche di apertura dei negozi come possibile territorio di recupero di valore (sociale, in efficienza e in marginalità) del retail. Nel frattempo il dibattito è andato avanti ed è diventato sempre più concreto, più rumoroso e finalmente, forse, anche più onesto.
Uno dei segnali più significativi degli ultimi mesi è arrivato da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop: 2.200 supermercati, 9 milioni di clienti a settimana. Un professionista del settore, non un teorico. La sua proposta, ossia riportare la GDO a sei giorni di apertura chiudendo la domenica, ha rotto un tabù che durava da quindici anni; da quando, nel dicembre 2011, il decreto Salva-Italia del governo Monti aveva liberalizzato completamente orari e giorni di apertura degli esercizi commerciali. Da allora, nessun operatore della distribuzione moderna si era mai espresso in questo senso e con questa chiarezza. La ratio di quella liberalizzazione, nella sua forma più superficiale, era semplice: più ore aperte, più consumi, più crescita. Quindici anni dopo, i numeri raccontano qualcosa di profondamente diverso.
Perché nel frattempo, come sottolineano anche le parti sociali tramite i sindacati, le aperture illimitate non hanno generato nuova domanda: hanno semplicemente redistribuito le vendite su un arco temporale più ampio. Questo è il punto che avevo già sollevato e che il dibattito attuale sta finalmente portando al centro. Il fatturato delle aperture indiscriminate domenicali non è fatturato aggiuntivo: è fatturato “spostato”, diluito, oltretutto con costi - questi sì - aggiuntivi.
Proprio sui costi l’Ufficio Studi Coop ha ipotizzato che la chiusura domenicale consentirebbe risparmi tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro all'anno per l'intero settore della GDO, grazie principalmente alla riduzione del lavoro festivo, che prevede maggiorazioni di almeno il 30% e fino al 42%.
Il settore, però, non è certo compatto nel prendere posizione. Carrefour, in particolar modo con le prime dichiarazioni della nuova proprietà italiana che ha acquisito l’insegna francese, sembra voler “difendere” l'apertura domenicale e invia segnali interni di ridimensionamento degli accordi che erano stati presi negli anni scorsi con i lavoratori con l’obiettivo di limitare il numero di domeniche lavorate. Crai parla di soluzioni territoriali flessibili, Coop chiede un tavolo condiviso con Federdistribuzione e ADM, riconoscendo che non sono possibili scelte unilaterali.
Il presidente di Sait e Federcoop, Renato Dalpalù, dichiarava poche settimane fa: "In linea di principio sono favorevole a chiudere la domenica. Ma deve essere una scelta condivisa da tutti gli attori del settore. Se anche solo uno decide di restare aperto, diventa evidente che costringe gli altri a doversi adeguare”.
È esattamente la trappola che avevo descritto: se anche solo un operatore resta aperto, costringe tutti gli altri ad adeguarsi. Una sorta di “equilibrio di Nash” nella Teoria dei Giochi, ma applicato al retail: tutti perdono collettivamente per paura di perdere individualmente.
Per non risultare parziale, il dibattito dovrebbe anche allargarsi oltre la GDO alimentare, comprendendo tutti i settori merceologici e tutte le realtà: dalla più locale alla più globale, e comprendere nel quadro tutti i “canali” di vendita. Perché una delle obiezioni è nota: chiudere la domenica significa regalare spazio alla concorrenza digitale. È un argomento che ha una sua logica superficiale, ma che regge solo se si assume che il vantaggio competitivo del negozio fisico stia nella disponibilità oraria. Se invece, come sostenevo nell'articolo precedente, il vantaggio sta nella competenza, nella relazione, nella capacità di costruire e proporre soluzioni complete, allora la domenica non è il campo in cui si vince o si perde. Il campo è quello dell’esperienza di acquisto, della relazione, della soddisfazione dei clienti con una proposta strutturalmente nuova di soluzioni complete invece che di singoli prodotti.
E allora provo a rispondere in anticipo alle obiezioni, un po' stantìe e consunte per la verità, che arrivano sempre a questo punto della discussione sul tema:
- “Gli italiani vogliono fare shopping e spesa la domenica!” Non è vero: solo il 10% degli italiani dichiarano che non apprezzerebbero le chiusure domenicali (Coop/Nomisma, dicembre 2025), mentre il restante 90% si distribuisce tra chi non va mai a fare shopping/spesa di domenica (1 italiano su 3; fonte: Coop/Il Sole 24Ore) e la restante parte che dichiara che sceglierebbe semplicemente un giorno diverso.
- “Se chiudiamo le domeniche i grandi gruppi internazionali disinvestiranno in Italia a favore di altri paesi!” (questa peraltro m’ha sempre fatto pensare al “finisci la minestra che sennò viene l’uomo cattivo che ti porta via”). Non è vero: è il solito, banale spauracchio. I grandi gruppi multinazionali investono eccome nei paesi con regolamentazioni molto stringenti sulle aperture domenicali e festive; la Germania ad esempio, con in testa Berlino.
- “Con le domeniche chiuse si perderanno centinaia di migliaia di posti di lavoro” (questo appartiene sempre alla famiglia dell’ “uomo cattivo che ti porta via“ di cui sopra) Non è vero: le aziende retail da tempo hanno ridotto gli organici e limitato fortemente le assunzioni a copertura delle aperture domenicali, e da tempo il settore non vede crescere i propri organici a fronte della crescita dei giorni e degli orari di apertura.
Mi pare allora che qui il tema smetta di essere solo commerciale e diventi, come ha osservato Confesercenti, una questione di modello. Dopo quindici anni di liberalizzazioni, il tema non è più soltanto "aprire o chiudere", ma come difendere il pluralismo della rete commerciale in un mercato trasformato anche dall'e-commerce. Come pensare una nuova sostenibilità del retail, e come occuparsi degli impatti sui costi sociali. E come considerare seriamente (senza banalizzarla o giudicarla) una nuova idea di “tempo per sé” che contraddistingue perlomeno le generazioni M e Z. “Le aperture domenicali hanno impattato direttamente sulla condizione lavorativa di circa 200 mila addetti, rendendo la conciliazione tra vita privata e lavoro di fatto impossibile per chi opera nel settore, costretto a lavorare praticamente ogni domenica e ogni festività”, dichiarano all’unisono i tre sindacati confederali.
In particolar modo nel retail specializzato, dove la qualità del personale è il principale differenziale, questo ha un costo che non appare nei conti economici, ma che si misura nel turnover, nella mancanza di attrattività, e quindi nella difficoltà crescente di trovare e trattenere persone competenti.
A che punto siamo, dunque? Siamo al momento in cui la domanda non può più essere elusa. Il dibattito ha smesso di essere ciclico e sopratutto folkloristico, "si parla di domeniche, poi non cambia nulla", e ha preso spazio, con numeri sul tavolo, operatori che si esprimono, sindacati che premono sul legislatore.
La politica, per ora, non ha sciolto il nodo; ma il nodo c’è, esiste, è ingombrante e sempre più visibile.
Per chi gestisce reti di vendita nel retail (tutto il retail), il tempo delle posizioni di principio dovrebbe essere finito, e ci sono nuove occasioni di valutare con la massima oggettività possibile, a maggior ragione in uno scenario potenzialmente recessivo e totalmente instabile come quello che stiamo attraversando. La domanda operativa, quella che avevo lasciato aperta la volta scorsa, assume perciò oggi ancora più senso: quanto vale davvero la domenica, al netto dei costi reali? Sempre riferendosi ad un valore ampio e composto: valore sociale, valore in efficienza, valore economico per le aziende, valore economico per la comunità.
Lungi dall’essere una domanda retorica, dovrebbe invece essere un punto di partenza o una ulteriore spinta a proseguire per una decisione che prima o poi bisognerà prendere.
Fabrizio Cappuccini









