Domenica, 11 Agosto 2019 17:22

Nel nostro ambiente le aspirazioni vengono spinte verso il basso

Tra motivatori, che non motivano, e demotivati che vincono sempre. O quasi.

Ricordo che per motivarmi a superare l’esame di terza media con bei voti i miei genitori si trasformarono in poliziotto buono e poliziotto cattivo. Mio padre mi disse che se non fossi uscito con la media del 9 (all’epoca “distinto”) non saremmo andati al mare; mia madre mi spingeva a fare di meglio promettendomi un regalo straordinario. Alla fine superai l’esame con la media desiderata e andammo in vacanza, anche se non ricordo quale fu il mio premio, forse non era stato poi così straordinario. Il mio amico Fabio, invece, venne bocciato. Eppure andò in ferie ugualmente. Non solo: a settembre ricevette un Malaguti Fifty, il ciclomotore che incarnava il sogno di ogni adolescente degli anni ’80. “Per iniziare con la giusta motivazione l’anno di recupero”, dissero i suoi genitori. Dopo essersi sforzato meno di me, Fabio aveva ottenuto di più.

Ognuno ha a che fare con un “Fabio” nel proprio ambiente lavorativo. È quel collega che si accontenta di dare il minimo indispensabile per non venire richiamato, che cerca di passare inosservato per l’intero turno prima di guadagnare l’uscita. E alla fine del mese Fabio riceve lo stesso stipendio degli altri.

Ho sempre dato colpa di questo fatto alla regia del punto vendita, non in grado di incoraggiare il collega demotivato. I motivatori si sono alternati nel corso degli anni; alcuni hanno impersonato il poliziotto buono, altri quello cattivo, ma nessuno è mai riuscito a cambiare di una virgola il collega svogliato.

Forse il problema è il nostro sistema, che non è per nulla incentivante e non premia gli sforzi del singolo. In alcune realtà si riceve un premio per i risultati raggiunti dal negozio, ma il lavoro di squadra non interessa al dipendente demotivato, anzi egli lo usa come scudo per la propria indolenza.

In un mondo in cui non esiste maniera di bocciare o rimandare a settembre chi non si applica, e non ci sono premi straordinari da promettere, le aspirazioni vengono spinte verso il basso. Il rischio è un appiattimento generale di ogni competenza e spirito di iniziativa. Prima o poi la pigrizia di Fabio risulterà agli occhi dei più un esempio da seguire, piuttosto che un comportamento da evitare.

Ma c’è anche un’altra considerazione da fare, alla quale non avevo mai pensato finora. Se il mio compagno delle medie avesse avuto altri professori, in grado di farlo interessare alle loro materie? Se avesse avuto dei compagni che, anziché ridere di lui, lo avessero aiutato? Forse Fabio si sarebbe impegnato maggiormente, magari non sarebbe stato mai il primo della classe, ma nemmeno l’ultimo.

Un grande manager ci disse ad una riunione: “Molti di voi fanno questo mestiere perché lo amano, altri per lo stipendio a fine mese. A me va bene lo stesso. Io non pretendo che ognuno di voi abbia la stessa produttività. Ma desidero che ognuno di voi dia il 100% di quello che può dare, voglio che ci mettiate sempre tutto l’impegno che potete”.

C’è chi vive di vendite e chi vende per vivere. Ma siamo tutti nella stessa barca. Stimolare i colleghi demotivati ad avere l’entusiasmo e la voglia di fare non è compito della sola regia, ma di tutti. Lasciarli indietro significa arrendersi e fallire come squadra. E non siamo più alle scuole medie.

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