Noi addetti ci paragonano spesso ad una famiglia, oppure ad una squadra di calcio o ancora ad un plotone dell’esercito. Quasi che a nominare la parola lavoro si commetta peccato. Siamo fratelli, guai a parlare di colleghi. La nostra è una missione. Non possiamo pensare che il nostro sia un semplice mestiere, è una ragione di vita! E via di retorica.
Tuttavia, se in una famiglia - da figli - si può diventare genitori, un giocatore può studiare da allenatore e nell’esercito si può avanzare di grado, sembra che nel nostro ambiente la crescita professionale sia impossibile, rendendo necessari continui innesti dall’esterno. Gli area manager vengono quasi sempre reclutati da altre catene; gli store manager vengono arruolati dai supermercati; i capi settore arrivano da altre realtà.
È uno strano modo di coltivare le aspirazioni del personale. Anni fa, pianificavo ogni mia singola azione per farmi notare per le mie capacità e, chissà, essere indicato come il prescelto per un probabile percorso di crescita. Oggi, dopo essermi visto passare davanti Tizio di Carrefour, Caio di Esselunga e Sempronio di Eurospin, mi rassegno a svolgere il mio compito senza grosse ambizioni.
Ho rinunciato a comprendere le motivazioni di queste scelte, anche se negli anni ho tentato di darmi qualche spiegazione. Magari la passione che può infondere uno store manager completamente nuovo del mestiere, rispetto ad un veterano dell’elettronica, può scuotere anche gli animi più intorpiditi. Ma allora perché non vale lo stesso nella direzione inversa? Qualunque offerta di lavoro riguardante il ruolo di store manager del food richiede una pluriennale esperienza nel campo degli alimentari. Il messaggio che traspare è che le nostre competenze siano semplici da imparare, quello che ci manca è l’entusiasmo e la voglia di fare, ecco perché li prendiamo dall’esterno.
Per il gradino leggermente inferiore, quello del capo-settore, il percorso che una volta era abbastanza lineare all’interno del proprio punto vendita - o al massimo qualche chilometro più in là - ora richiede una cieca e totale disponibilità al trasferimento. Oggi sei a Nola, domani a Belluno. Si vive alla giornata, rubando con gli occhi le competenze a chi è di ruolo (a casa propria), cercando di non inimicarsi nessuno e sperando in un riavvicinamento a casa quando sarà terminato il piano formativo da “reparti speciali” del Mossad. E anche qualora ciò si avverasse, la strada sarà tutta in salita perché la squadra esistente nel punto vendita di destinazione dovrà riconoscere le qualifiche del nuovo superiore arrivato da fuori. Anche qui, che messaggio viene lanciato a chi si avvicina per la prima volta al mondo del lavoro nel mio ambiente? Messaggio che più o meno dice cosi: “Guarda, se fai il bravo e ti dimostri disponibile forse tra qualche anno sarai come me, ma molto lontano da qui”.
Chi si trova da tanti anni ad essere il figlio maggiore, il mediano di spinta o il militare di truppa, non ha più alcuna possibilità di crescita. Soprattutto se ha dei legami ben radicati nella propria città. Nel proprio negozio bisogna continuare a “restare uniti” e “fare squadra” anche se i giocatori arrivano dall’esterno. Difficile darsi da fare più del dovuto quando, per quanto ti sforzi, non riceverai nulla in cambio se non la gratitudine e la riconoscenza dei colleghi e lo stesso stipendio di sempre.
Eppure la maggior parte di noi viene a lavorare ogni giorno con uno stato d’animo positivo e buona forza di volontà. Questo ha dell’incredibile. Secondo me, non lo facciamo perché crediamo a quelle vuote metafore che ci vengono ripetute da chi non vive “in trincea”. Costoro non sono la nostra famiglia. E non siamo giocatori di calcio né commilitoni. Se proprio non volete usare la parola “dipendenti”, perché “collaboratori” è più politically correct, allora chiamateci “attori”. Perché come consumati artisti teatrali noi arriviamo ogni santo giorno nei camerini, ci trucchiamo e ci vestiamo per andare in scena a recitare l’ennesima replica del nostro spettacolo. L’entusiasmo che sentiamo è reale, le emozioni che ci dà il pubblico cambiano ogni giorno. E non importa se non diventeremo mai registi, a noi – tutto sommato - va bene così. (nathan)
Vuoi dirmi come la pensi su questo argomento? Scrivimi a nathan@biancoebruno.it





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