Venerdì, 26 Gennaio 2024 10:15

“Dedicato al mio collega brontolone”

Il lavoro di addetto vendita non è sempre piacevole e le pressioni dei capi sono molte. Ma tutto sommato – proprio perché dobbiamo farlo – sarebbe meglio vivere in un ambiente sereno.

Tutti abbiamo un collega particolarmente lagnoso. Quello che vede sempre tutto nero e si lamenta di ogni cosa. A volte ci fa ridere perché è spesso una “macchietta” nei negozi, un puffo brontolone che dev’esserci - da copione - all’interno del villaggio dei puffi. Eppure questa persona cattura molti proseliti e rischia di trascinare tutto il negozio verso la scontentezza. Chissà come mai ci si intrattiene più volentieri a parlare dei problemi che delle cose belle. Certo, il lavoro non è sempre piacevole e le pressioni dei capi sono molte, ma tutto sommato – proprio perché dobbiamo farlo – sarebbe meglio vivere in un ambiente sereno. Eppure, tutte le volte che cerco di tirare su di morale un collega facendogli vedere i lati positivi del nostro mestiere, anche scherzandoci sopra, si finisce a parlare inevitabilmente dei lati negativi.

Sui social avviene la stessa cosa, ma amplificata. Quando mi lamento di qualcosa il mio post riceve più facilmente dei “likes” rispetto a quando cerco di essere ottimista. Anzi, nel secondo caso ricevo più critiche che nel primo. Ma come mai siamo fatti così? È un po’ come se dentro di noi si scatenasse un senso di invidia o incertezza quando vediamo persone condividere esperienze positive, perché magari non viviamo situazioni simili. Questo accade spesso su Facebook. Se vedo, ad esempio, un mio conoscente che è andato a farsi la settimana bianca inizio a pensare che lui può permetterselo perché ha le ferie nel momento giusto e un lavoro meglio retribuito. Il primo pensiero non è mai positivo. Difficilmente gli auguro di divertirsi, in cuor mio spero che trovi neve e molto traffico al rientro e che mangi qualcosa di avariato sulle piste. Non condividendo la sua felicità, tendo ad avere una reazione negativa. La stessa cosa succede quando cerco di far capire ai colleghi (vicini e lontani) che il nostro è un bel mestiere, non proprio ben retribuito, ma alla fine la “pagnotta” la portiamo a casa.

Il puffo brontolone, invece, è sempre lì che tiene comizio. Se ci fate caso, ha uno zoccolo duro di seguaci che gli danno sempre ragione e una percentuale variabile di spettatori che si alterna nel corso dell’anno. Anche a me piace sfogarmi, per carità, sono il primo a scrivere filippiche su quel cliente maleducato o fare meme sui lati poco simpatici del nostro mestiere. Alle giuste dosi, la lamentela fa anche bene, perché ha un effetto catartico sullo stress: se parliamo di un cliente che ci ha trattato male o di una richiesta assurda da parte del datore di lavoro, alla fine non abbiamo comunque risolto nulla, ma ci facciamo due risate e togliamo un po’ di pressione dalla situazione.

Tuttavia, quando la lagnanza diventa una presenza costante nel nostro lavoro, c’è il rischio che perdiamo di vista la giusta prospettiva. Ora state tranquilli, non partirò con un pippone su quanto sia bello fare il commesso e servire i clienti (e i direttori) dal mattino alla sera, per carità, però mettiamo i puntini sulle “i”. Alcuni di noi vorrebbero fare l’addetto alle poste che fa dalle 8 alle 14 e il weekend è sempre a casa, altri preferirebbero fare carriera e impegnarsi di più, a fronte di più soldi. Qualunque sia la nostra aspirazione, però, per il momento siamo qui e “dobbiamo farcela passare”. A meno che non cerchiamo di cambiare veramente la nostra vita. Se sei solo in attesa del concorso per diventare vigile urbano per cambiare vita, puoi continuare a denigrare il piatto in cui mangi, ma se non hai altri sbocchi e sai che – bene o male – questo è quello che devi fare per campare, allora la continua negatività crea solo un problema a te e ai tuoi colleghi.

Esiste una via di mezzo tra i continui pensieri negativi e le lamentele e i messaggi eccessivamente autopromozionali o aziendalisti, e come dicevano i latini la virtù sta nel mezzo. Il nostro lavoro non è certamente una vacanza a 5 stelle, ma non è neanche l’inferno, suvvia. Probabilmente, l’errore che fanno molti è quello di confondere il “titolo” con il mestiere: non “siamo” addetti vendita, noi “facciamo” gli addetti vendita. È un lavoro come un altro, con i suoi lati negativi e positivi, ma è un’attività retribuita. Non è la nostra vita. Anche se “siamo una grande famiglia” è la frase che sentiamo più spesso sul lavoro, cerchiamo di vedere ogni cosa dalla giusta prospettiva.

Poi lo so, è gennaio, fa freddo, siamo tutti stanchi perché abbiamo lavorato molto e adesso ci fanno sentire come se fossimo un peso perché di clienti ne entrano pochi. Conosco bene tutte queste dinamiche, ma proprio perché è una ruota che gira, non facciamoci prendere dallo sconforto. Vogliamo trascorrere la nostra vita a lamentarci di quel poco che non abbiamo? O goderci quello che abbiamo? (nathan)

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