Domenica, 01 Novembre 2020 09:38

“In pausa pranzo non abbassiamo la mascherina”

Noi addetti vendita tendiamo a stare molto attenti con chi entra in negozio, ma la mia esperienza dice che ci rilassiamo troppo con amici e colleghi.

Cosa dovrei fare se entrassi a contatto con un positivo? E se io stesso fossi positivo? Quelle che seguono sono alcune informazioni ottenute da amici e colleghi che sono passati attraverso la burocrazia “da coronavirus”. Quel poco che ho compreso del sistema di tracciamento, comunque, mi fa capire che non siamo proprio in una botte di ferro.

Nel caso in cui io entri in contatto con qualcuno che ha avuto a che fare con un positivo (sarò, quindi, un contatto “di seconda mano”) non dovrò fare nulla. Pensiamo al caso, ad esempio, in cui mio figlio sia costretto a restare a casa in quarantena perché un suo compagno di classe è risultato positivo: chiamerò il pediatra che potrebbe anche sconsigliarmi di portarlo a fare il tampone in assenza di sintomi. Quindi potrò andare e venire dal mio posto di lavoro senza problemi. Ammesso che abbia qualcuno a cui lasciare la prole.

Mio figlio, dopo qualche giorno, ha la febbre. Che faccio? Il pediatra, a questo punto, non può esimersi dal mandarmi a fare ore di coda in auto per il tampone. Dopo qualche giorno ho gli esiti, ma nel frattempo sono sempre andato a lavorare. Mio figlio si rivela positivo: sono diventato un contatto diretto, ma non ho sintomi. Potrò mettermi in mutua? A quanto ho capito dipende dall’umore del medico di famiglia, ammesso che risponda al telefono. Dovrei, però, restare in isolamento per 14 giorni (se voglio uscire prima posso effettuare un test rapido, ma solo dopo il decimo giorno). Potrei usufruire del “congedo Covid” sul sito dell’INPS (pagato al 50%) o mettermi in congedo per malattia del figlio (non retribuito). Sempre se ho qualche soldo sul conto in banca per tirare avanti.

Dopo aver cercato di isolare al meglio mio figlio, non avendo a disposizione l’ala EST del castello di Windsor, potrebbe capitare che anche io diventi positivo. Lo scoprirei, comunque, solo avendo qualche sintomo, a meno che io non abbia un irrefrenabile desiderio di fare qualche ora in macchina per un test rapido. L’unica consolazione sarà che, a quel punto, potrei mettermi in mutua e tornare ad avere una retribuzione più o meno normale.

Mettiamo, invece, il caso che a stare male sia un convivente. Qualche linea di febbre, mal di gola, niente di grave. Quanti di noi sarebbero così responsabili da mettersi in quarantena preventiva? Stiamo parlando di ferie e permessi, dato che il congedo Covid è solo per i minori. Quanti andrebbero a lavorare lo stesso? Certo, se dopo qualche giorno di febbre il convivente andasse (su richiesta del medico) a fare il tampone, magari, dopo qualche altro giorno di attesa per gli esiti, potremmo scoprire che è positivo. A quel punto qualche remora ce la faremmo venire.

Capite bene che tra il reale contagio e il manifestarsi della positività (ammesso di farlo, il tampone) sono trascorsi parecchi giorni, quindi è impossibile tracciare tutta la “filiera” del coronavirus. Avrò avuto il tempo di infettare l’intero parentado, i miei amici e il mio gruppo di lavoro.

Quello che mi preoccupa è che ogni giorno ci troviamo in sala pausa a prendere un caffè senza mascherine, a pranzare con i colleghi parlando uno nel piatto dell’altro, quando non ad abbracciarci e salutarci come prima. Non credo siano scene che si vedono solo nel mio negozio.

Siamo attenti quando parliamo con uno sconosciuto, cliente o visitatore, ma abbassiamo subito le difese con amici e colleghi. Incuranti delle notizie che vanno via via peggiorando. Ormai sembra che non abbassare la mascherina quando parli con uno con cui passi più di metà della giornata sia un gesto di diffidenza. Così, però, non ne usciamo. Oltre a stare male, ve lo dice uno che con 37,5 di febbre si sente morire: quello che io temo sono le lungaggini a cui si sarebbe costretti.

Tanto più che i contagi salgono di giorno in giorno. Più che “andrà tutto bene”, diciamo che poteva andare meglio. Una situazione come quella che ci viene presentata dai mass media, con ritmo martellante, me la sarei immaginata per i primi di gennaio. Non adesso. Ricordiamoci che l’influenza stagionale non ha ancora fatto capolino.

Quindi, amici e colleghi, cerchiamo di essere più prudenti e di non abbassare la guardia. Se non volete farlo per la vostra salute, fatelo per evitarvi un bel po’ di grane. Non so voi, ma io sto ancora cercando di riprendermi dalla cassa integrazione, non reggerei un paio di settimane a metà stipendio.

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