Sabato, 16 Novembre 2019 17:04

Nella giungla dei turni di lavoro in negozio

"Non avendo un riposo adeguato, piano piano ci si logora e non si apprezza più quello che facciamo..." ci confessa un lettore.

Smettere di provarci, arrendermi, è quello che mi viene sempre da fare quando cerco di conciliare la mia vita privata con i turni di lavoro. Essere commessi è difficile. Non quanto lo sia fare il medico o il vigile del fuoco, ma considerando il fatto che non salviamo vite direi che la nostra esistenza è inutilmente complicata.

Non parlo solo delle domeniche lavorative, quelle ormai sono date per scontato e fanno parte del ménage familiare di ogni addetto vendita del nuovo millennio. La vita su turni è difficile a prescindere dai festivi e dal settimo giorno. A cominciare dal fatto che spesso gli orari vengono pubblicati con pochi giorni di anticipo. Impossibile organizzare una cena tra amici o sapere con sufficiente anticipo quando potrò svolgere una commissione al di fuori dell’orario lavorativo.

E quelle rare volte in cui posso consultare i miei turni di lavoro per i prossimi 15 giorni, so perfettamente che sono da prendere “con le pinze”: la mutua improvvisa di un collega o una nuova eccezionale promozione con l’esigenza di rinforzare la copertura, potrebbe richiedere di modificare gli orari sconvolgendo i programmi di chi si era già organizzato.

La richiesta di un cambio di turno, poi, può essere croce e delizia di noi commessi: da un lato possiamo sempre sperare nel buon cuore di un collega per far fronte ad un imprevisto, dall’altro il favore richiesto resta “sospeso” sulla nostra testa come una spada di Damocle, e stiamo pur certi che ci verrà chiesto di ricambiarlo quando meno ce l’aspettiamo.

Quando parlo con gli amici salta sempre fuori la frase infelice “Ringrazia di avere un lavoro!”. E anche i miei superiori fanno spesso leva sul fatto che una maggiore elasticità è necessaria per far fronte alla carenza di personale, pena la chiusura della “serranda”. In effetti è una minaccia che sento fin troppo spesso.

Ultimamente mi ha scritto un collega chiedendomi “Nathan, puoi parlare dei turni? Perché sta diventando una giungla”. E mi ha specificato che nel suo punto vendita si applica lo “spezzato”: una pausa di circa tre ore che spacca a metà la giornata lavorativa (ma anche quella privata). Difficile riposarsi o tentare di combinare qualcosa durante quel lungo intermezzo, a meno che non si abiti a pochi chilometri dal posto di lavoro. Così un turno di sette ore diventa – agli effetti – una lunga giornata di dieci ore. E contando che lavoriamo sei giorni su sette dev’essere davvero estenuante.

“Poi devo essere gentile col cliente, devo rifornire gli scaffali, devo essere produttivo, devo vendere prodotti e servizi”. Tanti doveri andrebbero equamente compensati da altrettanti diritti. Il diritto ad avere una turnazione equa e proiettata di almeno quattro settimane nel futuro, in maniera da poter organizzare la propria vita privata. E il diritto di entrare nel luogo di lavoro sollevati da colpe che non possono ricadere interamente su di noi: come il calo delle vendite, o la scarsa marginalità.

Non voglio ergermi a difensore di tutti i commessi infelici, ma la motivazione di noi tutti dipende da una buona organizzazione del lavoro, che non può essere lasciata all’improvvisazione. Il collega che mi ha scritto ha fatto trasparire molta frustrazione tra le righe. Non potrà che peggiorare visto il periodo al quale andiamo incontro.

Cito la frase con cui ha chiuso la sua lettera, perché mi è rimasta impressa: “Non avendo un riposo adeguato, piano piano ci si logora e non si apprezza più il proprio lavoro. Lavoro che, spremendoci sempre più, toglie tempo alle nostre famiglie”.

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