Venerdì, 14 Febbraio 2025 10:12

Se la salute dell’addetto in negozio diventa un problema di tutti

Essere a contatto col pubblico dovrebbe sconsigliare di lavorare con la febbre o evidenti sintomi di malattia. Mentre troppe volte restare a casa viene percepito come un atto di tradimento.

In questo periodo ci è sicuramente capitato di notare qualche collega, anche di altri negozi, particolarmente malandato a livello di salute. Al supermercato ci ha fatto lo scontrino una cassiera febbricitante, il barista che ci ha preparato il toast continuava a ‘tirare su’ col naso, e nel negozio di abbigliamento dove siamo andati per saldi la commessa sembrava uscita da un lazzaretto. Quante volte ci siamo trovati in queste situazioni e abbiamo pensato: “Ma perché non sta a casa?”. Ecco, è arrivato il momento di parlare di una questione che nel nostro retail resta ancora un tabù: prendersi un giorno di malattia.

Perché non possiamo normalizzare il bisogno, ogni tanto, di fermarci? Perché il sacrificio personale è visto come un valore assoluto, anche a discapito della salute collettiva? Il Covid non ci ha insegnato nulla? Durante la pandemia abbiamo imparato a lavarci le mani, a indossare mascherine, a rispettare le distanze. Ma, a quanto pare, non abbiamo ancora imparato che andare a lavorare con 38 di febbre e la tosse non è un atto eroico: è una cattiva idea. Non solo per chi lo fa, ma anche per tutti quelli che lo circondano.

Già mi aspetto la risposta: “Ma se non vado io, non c’è nessuno in reparto; oppure: “Lo faccio per non mettere in difficoltà i colleghi”. Sono frasi che abbiamo sentito troppo spesso. La pressione per garantire un servizio costante è tale da spingere molti lavoratori a presentarsi in negozio anche quando dovrebbero essere sotto le coperte. Il risultato? Un circolo vizioso che coinvolge colleghi e clienti che verranno contagiati a loro insaputa dall’untore di turno.

Lavorare con la febbre o evidenti sintomi di malattia è sbagliato, soprattutto se si è a contatto con il pubblico. Non è bello per chi ci viene a trovare in negozio, che si trova davanti una persona visibilmente sofferente, e non lo è per i colleghi, che rischiano di essere infettati. Una cosa che spesso non viene considerata è il fatto che molti di noi vivono con persone fragili: anziani, immunodepressi o bambini piccoli, per cui un'influenza o un virus possono rappresentare un rischio serio. Ignorare queste implicazioni è irresponsabile, sia verso chi ci sta accanto che verso noi stessi.

Nella vita da negozio, con l’organico ridotto ormai all’osso, è normale sentirsi “indispensabili”.Devo andare ugualmente, altrimenti non c’è nessuno in apertura!”; “Butto giù una tachipirina e finisco il turno, sennò chi può restare in cassa?”; “Non posso mettermi in mutua, c’è già la mia collega in ferie”. Lasciate che vi dica una cosa che sembra tanto da sindacalista incallito: “Non è un problema vostro”. Non è un nostro problema, cioè, se siamo in pochi, non è un nostro problema se non riusciamo a coprire i turni con una sola persona assente. Invece, il problema sarà di molti se andiamo a lavorare spargendo virus ovunque e contagiando chi ci sta vicino, oltre alla perdita di immagine per il negozio che si trova a dare un servizio di scarsa qualità. 

Non si tratta solo di un problema sanitario, ma anche di un problema culturale. Sacrificarsi ad ogni costo non dovrebbe essere un valore in sé. Dobbiamo iniziare a pensare che prendersi cura di se stessi è un dovere tanto quanto prendersi cura del proprio lavoro. Perché un dipendente malato non è solo meno produttivo, ma rischia anche di diventare un vettore di contagio. 

E allora, cosa possiamo fare per cambiare questa mentalità? Prima di tutto, i datori di lavoro devono creare un ambiente in cui prendersi un giorno di malattia non venga visto come un atto di tradimento verso l’azienda o i colleghi. Questo significa investire in organizzazione e flessibilità, ad esempio attraverso team più ampi o sistemi di turnazione più elastici. Ma significa anche sensibilizzare i dipendenti sull’importanza di restare a casa quando non si è in forma. E poi, è proprio vero che siamo “indispensabili”? Non c’è nessuno che potrebbe coprire il nostro ruolo per quei due o tre giorni necessari per riprenderci? Bisognerebbe creare uno scambio di competenze durante l’anno, giusto per prevenire quelle situazioni in cui viene a mancare un ingranaggio fondamentale del meccanismo.

Inoltre, è importante che i lavoratori smettano di sentirsi in colpa per aver bisogno di fermarsi. Non è un fallimento personale: è un atto di responsabilità. La salute è un patrimonio collettivo, e ognuno di noi ha il dovere di proteggerla, iniziando da quella propria.

In un mondo ideale, nessuno dovrebbe sentirsi costretto ad andare a lavorare con la febbre per paura di recriminazioni o di mettere in difficoltà i colleghi. Insomma, prendersi la mutua non è un lusso. È un diritto. Se, invece, ce la sentiamo di affrontare la giornata perché non abbiamo la febbre, ma un semplice raffreddore, potrebbe essere una buona abitudine indossare una mascherina. D’altronde ne abbiamo ancora gli armadietti pieni.

Come molti cambiamenti, anche questo deve partire “dal basso”. Buone abitudini portano a buoni stati d’animo: pensate ad un collega sempre performante, allegro ed efficiente. Una figura così viene vista come un leader naturale. Se lui si ferma quando è malato e fa capire agli altri che è un comportamento corretto, potrebbe ispirare chi lo circonda a fare altrettanto. Se tutti quanti – invece - continuiamo a guardare a “quello che si è messo in mutua” come una persona che si è voluta tirare indietro dalle proprie responsabilità, un disertore, un traditore della Patria, allora c’è del marcio nel nostro modo di ragionare. Decidere di ascoltare il proprio corpo e scegliere di evitare di contagiare mezzo mondo deve essere visto per quello che è: un gesto di grande responsabilità. 

Per troppo tempo, invece, la mutua è stata considerata una scappatoia da scansafatiche: è ora di voltare pagina.

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Vuoi parlare di questo argomento? Scrivimi a nathan@biancoebruno.it 

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