Il negozio è un microcosmo, imperfetto quanto vogliamo, ma comunque un ecosistema che sembra immutabile ai nostri occhi: gli scaffali, le luci, le dinamiche tra colleghi, ci sembrano sempre gli stessi giorno dopo giorno. Ma è solo un’illusione. Il negozio cambia, noi cambiamo, i colleghi cambiano.
Tempo fa, mi è capitato di andare a trovare ex-colleghi di un negozio dove ho lavorato per più di dieci anni. Non amo visitare spesso gli ex-luoghi di lavoro perché mi mette nostalgia. L’impressione è stata quella di trovare tutti esattamente dove li avevo lasciati, come se fossero statuine di un presepe. Allora mi sono avvicinato facendo le stesse battute di sempre, sicuro di suscitare qualche risata, ma qualcosa era mutato. Alcuni mi hanno salutato tiepidamente, si vedeva che l’affetto che provavano nei miei confronti non era più lo stesso, altri invece mi hanno bellamente ignorato, impegnati com’erano a rifare un lineare espositivo. Il collega con cui ho lavorato più a lungo – gomito a gomito per dieci lunghi anni – ha scambiato due chiacchiere più di altri, ma nel contempo si guardava intorno per cercare un cliente da servire. Insomma, mi sono subito accorto di essere una presenza non sgradevole, ma comunque imprevista nella loro giornata.
Eppure un tempo lavoravamo 12 ore di fila ridendo e scherzando come fratelli. Cosa era cambiato? In realtà l’idea che loro fossero rimasti fermi mentre solo io ero andato avanti, era solo un’impalcatura nella mia mente. Il tempo ha fatto il suo corso anche su di loro. C’è chi si è sposato, chi ha divorziato, chi ha avuto un lutto improvviso e chi ha scoperto un nuovo hobby. E, sicuramente sbagliando, non aver tenuto i contatti con loro anche solo telefonicamente non ha aiutato a tenere vivo il legame. Ma non facciamo forse tutti così? Non ci lasciamo le persone alle spalle convinti che le ritroveremo lì nello stesso posto quando torneremo?
Il nostro cervello tende a cristallizzare i ricordi, costruendo un’immagine statica delle persone che abbiamo conosciuto. Pensiamo di aver già raggiunto la versione definitiva di noi stessi e degli altri. Così, quando torniamo in un ambiente familiare, ci aspettiamo di trovare tutto come lo avevamo lasciato. Ma la realtà è che ognuno di noi cresce, cambia, si trasforma, e la versione dei colleghi che avevamo nella mente non è più quella attuale.
Poche settimane dopo questa esperienza, ho avuto un altro cambio di prospettiva. Questa volta io sono rimasto fermo, è stata una mia collega ad andarsene. Una cui sono molto legato perché abbiamo condiviso risate e lacrime, successi e scivoloni. Un pezzo della mia routine si è sgretolato. La mia zona di comfort ha iniziato a traballare. Lo spazio che prima era familiare è diventato un luogo che mi guarda con occhi nuovi, quasi a ricordarmi che non gli appartengo più del tutto. Eppure, il negozio continua a esistere, le vendite proseguono, i clienti entrano ed escono come sempre e sembra che per gli altri colleghi nulla sia cambiato. Solo io mi sento fuori posto. Ho perso un punto di riferimento, qualcuno con cui condividevo la routine della vita da negozio. E quando manca quel punto di riferimento, ogni dettaglio del quotidiano assume una luce diversa. Il caffè della pausa non ha più lo stesso sapore, il turno di chiusura pesa di più, le giornate sembrano più lunghe.
In questo caso, non mi sono sentito di troppo in un negozio che mi ero lasciato alle spalle, ma mi ritrovo in un luogo che improvvisamente mi sembra sconosciuto, pur non essendomi mosso di un passo. Il negozio, il nostro posto di lavoro, che ci piaccia o no è il luogo dove trascorriamo più tempo della nostra giornata. A lungo andare mettiamo radici e giorno dopo giorno, anche se tutte le giornate ci sembrano identiche, noi cresciamo e mutiamo assieme a chi abbiamo accanto.
Nel primo caso, ero io a credere che tutto fosse rimasto uguale, non accorgendomi del cambiamento che era avvenuto in me e nelle persone che mi ero lasciato alle spalle. Nella seconda prospettiva, cambia l’ambiente che mi circonda e mi sento un estraneo perché il mio spirito di adattamento non si è ancora messo in moto. Ma forse è proprio questo il punto: il cambiamento è inevitabile. A volte sei tu a cambiare e il mondo rimane uguale, altre volte è il mondo a cambiare e sei tu a sentirti fuori posto. L’unica costante è che, prima o poi, tocca adattarsi.
Come tutte quelle volte in cui mi hanno spostato di reparto: all’inizio ero terrorizzato, mi sembrava di non sapere più fare il mio lavoro, di essere un pesce fuor d’acqua. Eppure, poco alla volta, ho imparato a conoscere i nuovi ritmi, i nuovi prodotti, i nuovi colleghi. Oggi è la normalità, e quasi mi chiedo come facessi prima. Il cambiamento può spaventarci, scombussolarci, ma alla fine ci adattiamo. E le cose preziose che abbiamo imparato, gli affetti che abbiamo provato e le esperienze che abbiamo vissuto, ora fanno parte di noi.
------------------------------------------------------------------------------------------------
Vuoi raccontarmi di quella volta che ti sei sentito spiazzato? Scrivimi a nathan@biancoebruno.it





Commenti (0)