Mercoledì, 13 Marzo 2019 18:02

Reverse charge: un diritto. “Chi lo rispetta?”

Un retailer si confida con Bianco & Bruno: la legge obbliga i fornitori di telefonia e informatica ad applicare l’inversione contabile. Ma in realtà...

Reverse charge IVA o, più comunemente, inversione contabile: di che si tratta? Non è altro che un meccanismo contabile e fiscale creato con l’obiettivo di eliminare l’evasione dell’IVA. Il venditore di un bene o servizio, anziché addebitare l’imposta nella fattura come normalmente farebbe, emette una fattura senza IVA. Sarà l’acquirente di quel bene o servizio - purché soggetto passivo (nel nostro caso il rivenditore eldom) - ad integrare la fattura ricevuta con l’aliquota IVA. In contabilità dovrà poi effettuare una doppia registrazione, quella di acquisto del bene o servizio e quella di autofattura dell’IVA. Il retailer in sostanza versa l’IVA all’Erario al posto del fornitore, per poi addebitarla infine al consumatore finale. è quanto disposto dall’articolo 17 del d.p.r. n. 633/1972, prima destinato principalmente al settore edilizio e immobiliare, ma esteso anche al comparto hi-tech: telefoni, pc portatili, tablet e console da gioco in primis. Secondo la legge, dunque, qualsiasi fornitore di beni appartenenti a questi comparti è tenuto ad emettere fatture senza IVA al trade, in forza della norma di legge. Ma la regola si trasforma davvero in realtà? In redazione è arrivata la telefonata di un rivenditore di elettrodomestici ed elettronica di consumo appartenente a una nota insegna.

Porta in faccia
“Esasperato dai prezzi di molti player online, assai lontani da quelli che riusciamo a praticare nel punto vendita tradizionale e che hanno comportato un calo di fatturato del 50% - racconta il retailer in una lunga chiacchierata - ho contattato alcuni di questi operatori, presentandomi a nome della mia azienda, alla luce del sole e con regolare visura camerale alla mano. L’obiettivo? Effettuare un acquisto con il sistema del reverse charge, così come stabilito dalla legge. Ma alla richiesta di accedere al trattamento fiscale previsto dalla normativa per i venditori di prodotti hi-tech come quelli di telefonia e informatica, la risposta è stata altrettanto chiara e univoca: nessuno di loro, senza distinzioni, era in quel momento in grado di emettere una fattura senza imputazione dell’IVA. Mi è stato risposto che avrei potuto acquistare ciò che desideravo - continua il rivenditore - ma la fattura sarebbe stata comprensiva di IVA. Oppure avrei potuto semplicemente rinunciare all’acquisto. Secondo alcuni di questi player online l’importo finale, con o senza il sistema di fatturazione del reverse charge, sarebbe stato lo stesso”.

Vizi di sostanza
La nostra riflessione è che di fronte a una legge chiara che non lascia spazio a interpretazioni, nella storia di questo rivenditore c’è forse qualcosa di poco cristallino. I pagamenti sono tutti ormai tracciabili ed è sufficiente seguire il flusso del denaro per smascherare eventuali vizi. Le stesse aziende produttrici dovrebbero chiedersi come fanno certi operatori in rete ad assorbire quantitativi enormi di merce in modo continuativo, distribuita attraverso prassi che turbano la credibilità dei produttori stessi agli occhi del consumatore finale e finiscono per danneggiare l’intero mercato. La domanda è spontanea: i controlli dello Stato sono sufficienti?