Venerdì, 08 Febbraio 2019 16:28

Viaggio nel mondo Raee: sprechi e paradossi non mancano

Dalle piazzole di raccolta ai centri di smaltimento, al trattamento e oltre. Quello che succede ai rifiuti elettrici ed elettronici, dopo essere stati raccolti, smontati e trattati, riserva delle sorprese. E non sono positive.

Finalmente abbiamo capito. Non dobbiamo buttare il frullatore nella spazzatura, non dobbiamo lasciare per strada il frigorifero usato, ma dobbiamo affidare tutti gli apparecchi elettrici ed elettronici al circuito di raccolta RAEE, che peraltro finanziamo noi. Dobbiamo farlo per un serio motivo: salvaguardare l’ambiente. Abbiamo imparato a conoscere il sistema collettivo di raccolta RAEE, che intercetta circa il 40% dei rifiuti elettrici ed elettronici sul totale stimato (RAEE: c’è chi rema contro? ndr). E a questo 40% di apparecchi raccolti, che - ricordiamo - sono rifiuti pericolosi, cosa succede quando approda presso un centro di smaltimento? Viene smontato, si recuperano vari componenti, che poi vengono trattati per essere inseriti nuovamente nella filiera produttiva? Non è proprio così. Per scoprirlo abbiamo visitando Relight, un centro di smaltimento RAEE alle porte di Milano, guidato da Bibiana Ferrari (nella foto), amministratore delegato dell’impresa. Le sorprese non sono mancate, anche in questa parte di filiera RAEE sono parecchie le condizioni che si mettono di traverso: cannibalizzazioni dei prodotti, smembramenti non previsti, errori di vario genere. Ma il paradosso maggiore è una normativa che ostacola pesantemente il riutilizzo delle materie prime seconde, prodotte dal processo di trattamento RAEE.

Signora Ferrari, il vostro lavoro è tutto in discesa, smontate, dividete e vendete…
“Mica tanto. Trovo anzi particolarmente opportuno fare chiarezza su questa parte della filiera, anche nei confronti dei produttori, responsabili dal punto di vista normativo del fine vita dei prodotti immessi sul mercato e con dei target di smaltimento da raggiungere. La realtà presenta delle difficoltà che gli impianti di trattamento come il nostro devono affrontare. Difficoltà che rallentano, o peggio, in parte vanificano il processo virtuoso di recupero, trasformando in un costo una fonte che invece potrebbe essere di ricavi”.

Bibiana Ferrari Relight

Che tipo di difficoltà?
“Cominciamo dai materiali in entrata. Essi possono presentare problematiche generalmente riconducibili a tre cause: la cannibalizzazione, il trasporto improprio, errori vari. I RAEE arrivano nei centri di trattamento come Relight da due flussi: quello domestico - tipicamente raccolto nelle piazzole ecologiche - e quello professionale. Nel nostro caso prevale il RAEE del flusso domestico, per capirci il frullatore che la signora Maria porta alla piazzola. Bene, la nostra signora Maria è stata diligente, ha consegnato l’apparecchio in condizioni ottimali e lo ha deposto con cura nel container. Da qui in poi possono intervenire molteplici fattori degenerativi del rifiuto pericoloso RAEE. Frequente è la cannibalizzazione di componenti preziosi, sottratti illegalmente da individui che si introducono furtivamente nelle aree di raccolta; smontano a martellate gli apparecchi, rubano la parte importante e lasciano il disastro. Un’altra difficoltà si manifesta durante il trasporto, quando è fatto in modo da compromettere l’integrità del carico. Siccome il servizio viene retribuito sulla base delle tonnellate movimentate, più il trasportatore carica, più incassa; per aumentare il peso comprime gli apparecchi caricati: i RAEE si frantumano disordinatamente e tocca a noi mettere mano al caos. Poi ci sono gli errori di inserimento di apparecchi sbagliati nei contenitori di stoccaggio. Questi ‘incidenti di percorso’ confluiscono tutti qui, al centro di trattamento: siamo noi a dover intervenire sugli imprevisti per poter continuare il nostro lavoro. Sono spese di preparazione e di cernita non calcolate nella fase preventiva, che gravano sui costi di trasformazione”.

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C’è altro che ostacola il trattamento RAEE?
"Arrivati finalmente alla fase di trattamento, nel nostro centro sono principalmente le plastiche a creare problemi, sono di tanti tipi e spesso non assimilabili. Non esiste un sistema di marchiatura identificativa del polimero utilizzato per il tal componente, pertanto ci dobbiamo arrangiare, con l’esperienza o contattando i produttori, perché ogni famiglia di plastiche deve essere individuata e separata. Ci sono plastiche che si sciolgono con il calore, altre induriscono, altre contengono sostanze pericolose, altre ancora mantengono un alto valore intrinseco se riciclate correttamente. Sarebbe d’aiuto avere indicazioni dal produttore, magari con la segnalazione della presenza di eventuali sostanze pericolose. Secondo noi riciclatori, comunque, la marchiatura delle plastiche sarebbe già un grosso passo avanti. Dopo una prima cernita, le plastiche vengono inviate a impianti di secondo livello, attrezzati ad esempio con lettori ottici per effettuare una selezione più approfondita”.

E siamo arrivati, con difficoltà, a completare il trattamento. Ora?
“Fatta la cernita, e conclusa l'eventuale messa in sicurezza degli apparecchi con la rimozione delle materie pericolose - come nel caso delle polveri di fosforo contenute nei tubi catodici - e il recupero di componenti di valore se ancora ci sono, trattiamo questi prodotti e otteniamo una serie di mucchietti di materiali recuperati, le cosiddette materie prime seconde, che oltre a non inquinare l’ambiente, possono potenzialmente rientrare nel circuito produttivo, facendo risparmiare un po’ di materie prime. E qui scattano altre difficoltà che i centri di smaltimento devono affrontare. Per certe materie prime seconde è difficile individuare un canale commerciale di riutilizzo”.

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Ma non viene incoraggiato il riutilizzo del prodotto riciclato?
“Bisogna fare delle distinzioni: il rame, il ferro, l’alluminio mantengono le loro caratteristiche principali e hanno un mercato. Poi ci sono le componenti critiche, una di queste è la plastica, che oltretutto viene utilizzata sempre di più dai produttori al posto dei metalli. La plastica pesa di meno, dura di meno, costa di meno, e l’apparecchio si romperà prima”.

Quindi pensa anche lei che esista una sorta di obsolescenza programmata?
“Sono convinta che in qualche caso esista una forma di obsolescenza programmata già in fase di progettazione. E ad ogni modo, vedendo come sono predisposti certi componenti il dubbio viene: ad esempio, montare certi condensatori vicino a parti che si scaldano può creare problemi. È poi fuor di dubbio che l’uso di certi materiali cambi la consistenza dei prodotti; l’impiego delle plastiche è sempre più prevalente, e non lo diciamo noi, ma il Politecnico di Milano. Il cestello della lavatrice una volta era in acciaio inox, poi è diventato in ferro zincato e ora è in plastica, fra l'altro non facile da gestire. Del resto è un'evoluzione industriale del prodotto su cui noi non possiamo incidere più di tanto”.

Macchina taglio tubo catodico

Ma le indicazioni europee sull'Ecodesign non parlano chiaro?
“Fino a ieri, la Commissione Europea ha sempre concepito l'Ecodesign in termini di efficienza energetica, quindi un apparecchio viene concepito per consumare meno. Per quanto riguarda riciclabilità, disassemblaggio, marchiature delle parti c'è stata poca attenzione”.

Quindi senza una particolare visione relativa al trattamento fine vita...
“La nuova direttiva sull'Ecodesign dovrebbe migliorare la situazione. Un compito non facile, si tratta di intervenire su processi di progettazione globali, interfacciarsi con una ricerca di economicità produttiva che prevede l'uso di certi materiali a discapito di altri. Cosa che per l'impianto di trattamento sarebbe indifferente, se però fosse facile individuare i materiali usati. Sia chiaro: se prima il frullatore conteneva 50 grammi di ferro e ora ne contiene 5, non è un argomento di nostra competenza. Nostro compito è muoverci per il recupero corretto dei 5 grammi di ferro più tutti gli altri materiali che lo compongono. Il consumatore sappia che il costo della gestione di fine vita di questi prodotti è superiore perché ci sono minori ricavi, dovuti alla tipologia di materie utilizzate”.

Torniamo ai materiali recuperati: perché alcuni di questi vengono respinti dal mercato?
“Alcuni sono intrinsecamente difficili, altri lo sono per definizione burocratica, che indica come rifiuto qualunque prodotto uscito dagli impianti di trattamento RAEE. Questa definizione li esclude dal mercato di coloro che potenzialmente sarebbero interessati a usare le materie prime seconde, ma per farlo avrebbero l’obbligo di adeguarsi a normative e sottoporsi a lungaggini burocratiche come se fossero centri di trattamento. Ovviamente non lo fa nessuno. E perché dovrebbe?”.

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In effetti però una materia prima seconda può aver perso determinate caratteristiche.
“Il criterio è diverso, è l’acquirente finale a definire le caratteristiche della materia prima seconda che gli serve. Ad esempio, per l’impiego nell’industria ceramica si può chiedere il vetro da tubo catodico di una certa pezzatura, con una soglia massima di impurità presenti. Del resto è legittimo da parte del produttore esigere stabilità di prodotto e continuità di fornitura, e non ci sarebbero problemi da parte nostra a garantirli. Il problema sta proprio qui: le materie prime seconde sono materiali e non più rifiuti, come vuole la normativa. Se l’industria interessata potesse farle rientrare normalmente nel ciclo produttivo, chiuderemmo un cerchio virtuoso, e magari si produrrebbe un piccolo ricavo. Invece a volte ci tocca mandarle a smaltire”.

Ma è paradossale! Cosa vuol dire?
“Vuol dire che a volte siamo costretti a mandare certe materie prime seconde, risultato di un lavoro di raccolta e trattamento, in discarica. Il che, oltre a essere uno spreco, impedisce di raggiungere obiettivi di recupero”.

Un lavoro inutile per l’ambiente, contrario al concetto di economia circolare.
“Non si riesce a chiudere il ciclo. Devo dire che una buona parte di materiali rientra in un circolo produttivo. Alcuni però sono davvero critici, o impossibili, in parte per questioni di mercato, su cui non possiamo intervenire, ma in parte a causa di normative farraginose. E qui potremmo fare molto. Ad esempio, si potrebbe stabilire per norma un incentivo per le imprese virtuose che integrano nei loro cicli produttivi materie prime seconde, attraverso qualche meccanismo di defiscalizzazione, o riducendo l’IVA”.

Insomma la strada verso un’economia circolare, in cui tutto si recupera e si rigenera, è ancora parecchio lunga. Anche di fronte alla scoperta di certi paradossi, però, non possiamo lasciarci scoraggiare: l’impegno a comportamenti virtuosi a favore dell’ambiente non può diminuire, nessuno se lo può permettere. Il viaggio nel mondo dei RAEE non finisce qui.

Museo

Note su Relight
Relight è un centro specializzato nella raccolta trattamento e recupero RAEE, con impianti dedicati in particolare agli apparecchi con tubo catodico, ai piccoli elettrodomestici, alle lampade fluorescenti, mentre per gli elettrodomestici bianchi che transitano nel centro, offre un servizio di messa in sicurezza. L’azienda si sviluppa su circa 13000 metri quadrati, 6000 dei quali coperti. Nasce nel 1999 da un progetto in collaborazione con Philips per il trattamento delle lampade fluorescenti, Nel 2001 avvia l’impianto di proprietà a Rho, nel Milanese, per il trattamento dei beni durevoli e nel 2002 ottiene l’autorizzazione per gestire i rifiuti speciali pericolosi, i RAEE. Gli uffici di Relight ospitano un piccolo museo con una raccolta degli apparecchi che hanno fatto la storia dell’elettronica. Relight è entrato a far parte del gruppo industriale Tree, con lo scopo creare sinergie e massa critica per un migliore approccio al mercato. (l.c.)