Martedì, 07 Dicembre 2021 12:46

La cucina protagonista dello smart working

Il locale domestico è diventato luogo di lavoro e frequente scenario di videochiamate durante il lockdown. Lo dimostra la ricerca di Silvia Mugnano, sociologa dell’abitare dell’Università Bicocca di Milano.

La cucina non era più quella delle nostre nonne già da tempo, l’era digitale aveva già accelerato l’emancipazione di questo vano di servizio, prima nascosto a occhi non domestici, dove cucinare era una fatica condivisa al massimo fra familiari. A gennaio 2020 - sembra una vita fa - nell’articolo “La cucina del futuro? Tecnologica e diffusa” raccontavamo di come questo locale stesse uscendo dal suo spazio funzionale per assumere un ruolo multiplo, modificabile in base all’uso dell’utente, dove ‘tecnologia, connettività e funzionalità governano su un arredamento che perde la connotazione tipica del mobile da cucina’. Per Silvia Mugnano, sociologa dell’abitare presso l'Università Bicocca di Milano, relatrice all’evento sui nuovi modi di percepire gli spazi domestici organizzato dal brand Bimby, con il lockdown la cucina ha cambiato definitivamente la sua funzione. “Durante quel periodo - racconta - abbiamo scoperto che la nostra cucina è diventata quello che chiameremo un ‘third place’, un terzo luogo. I terzi luoghi della città non sono né spazi di lavoro (primo luogo), né abitativi (secondo luogo): sono luoghi altri, come i bar, dove la gente va a prendere il caffè, ma anche a lavorare”.

Lo studio della sociologa, condotto su quattromila nuclei familiari, evidenzia come la maggior parte delle famiglie intervistate (61%) abbia svolto in questa parte della casa attività diverse dall’usuale. Nei nuclei con figli le donne più degli uomini, il 30% contro il 14%, hanno lavorato dalla cucina, condividendo lo spazio con i figli, e spesso sovrintendendo ai loro studi. Nei nuclei senza figli la percentuale si è modificata leggermente: il 32% delle donne contro il 23% degli uomini ha lavorato in smartworking da questo locale. Così la cucina, stanza di servizio da non mostrare, è diventato uno dei luoghi più in vista della casa, frequente sfondo delle videochiamate. È facile fare la battuta: con la pandemia le donne sono tornate in cucina? La ricerca lo conferma, ma con una importante precisazione: le intervistate - un campione con livello di istruzione medio alto - in cucina hanno preso decisioni professionali anche importanti, condotto trattative, siglato contratti. Perché proprio la cucina? “In questo locale - spiega Mugnano - o nella zona fra cucina e living molto probabilmente si trova uno dei tavoli più grandi presenti in casa, dunque quello si è utilizzato, in mancanza di scrivanie che nelle case si sono un po’ perse”.

Un altro focus della ricerca è il rapporto con il cibo. “Qualsiasi ciclo di un disastro - precisa la sociologa - ha una fase di emergenza, che abbiamo conosciuto molto bene, seguita da una fase di mitigazione, per arrivare a quella che tutti chiamiamo la new normality. Riguardo al cibo, nella fase emergenziale il 75% del campione ha utilizzato servizi di delivery. Poi abbiamo cominciato a preparare a casa il cibo e portarlo al parco per un pic-nic. Un’abitudine poco o forse per niente praticata in Italia, a differenza dell’Europa del Nord. In questo processo trasformativo il cibo ha avuto un ruolo centrale nello storytelling della pandemia: dapprima ha perso il suo carattere socializzante, per poi riemergere come strumento di riappropriazione di socialità negli spazi urbani esterni. L’esito di questo processo è una nuova consapevolezza del ruolo dell’alimentazione nella qualità della vita”. Una coscienza che, secondo Mugnano, è destinata a rimanere nelle abitudini della nuova normalità, insieme a un’altra eredità: il rapporto fra cibo e lavoro. Prima si mangiava frettolosamente un panino fra una riunione e l’altra, ora invece si ritorna a cucinare a casa e a portare il cibo in ufficio. La sociologa sottolinea come siano tornate in uso quelle che i milanesi chiamano ‘schiscette’, i contenitori per alimenti, oggi noti come Bento box, e le borracce per l’acqua. La maggiore attenzione all’alimentazione porta a più consapevolezza anche sullo spreco alimentare. Tutti abbiamo sperimentato come cucinare a casa significhi anche ridurre lo sperpero di cibo.

Alla sociologa abbiamo chiesto qual è il rapporto fra casa e tecnologia: “È un aspetto che non abbiamo rilevato nella specifica ricerca - risponde -: sappiamo ormai che le case stanno diventando sempre più intelligenti e sicuramente è da approfondire il tema su chi accede a questa tecnologia e chi ne rimane escluso. Del resto, se è presente in modo eccessivo potremmo non riuscire a stare dietro all’intelligenza artificiale delle nostre case. Credo che in questa fase siamo mediamente in un rapporto di parità con le macchine intelligenti che ci semplificano la vita in casa. Credo che l’attenzione da porre in futuro è proprio su questo equilibrio: fare in modo che le case diventino sempre più intelligenti ma tanto quanto noi sappiamo governare, altrimenti diventiamo succubi”. Comunque è certo che, allo stato attuale, in momenti o situazioni di fragilità, la casa smart aiuta in concreto a rendere la vita più facile. (l.c.)