Lavorare in gruppo è un po’ come nvivere in un appartamento con altri: ognuno ha le sue abitudini, le sue fisime e il suo carattere. Ci si sveglia ogni mattina con lo stesso pensiero: “Chissà che umore ha oggi Mario”, “Speriamo che Luisa non abbia litigato con il marito”, “Ma Filippo è ancora in ferie?”.
Un negozio è un piccolo ecosistema dove ognuno di noi, che si voglia o no, è legato a doppio nodo agli altri e ai loro sbalzi d’umore. C’è la giornata SI nella quale è successo qualcosa di simpatico e tutti si ride e si scherza, c’è la giornata NO in cui due o più persone hanno la luna storta e trascinano l’intera squadra nel loro baratro di tristezza.
In un negozio nascono alleanze non dichiarate, ma forti come vincoli tra compagni di trincea. Sono quelle relazioni che ti fanno dire “torno due minuti prima dalla pausa così puoi andare tu”, o che ti fanno coprire un collega anche se è il quarto ritardo della settimana. Ma si formano anche piccole inimicizie, che se si trascinano troppo a lungo possono diventare attriti insanabili.
Ci sono dei fronti silenziosi, delle rivalità fredde, quelle che non esplodono mai, ma che senti a pelle: il collega che non ha niente di meglio da fare se non quello di incollarsi a te e correggerti davanti al cliente, quello che fa finta di non vedere che hai una coda di tre persone e si trattiene con il suo cliente nell’attesa che tu vada a servire gli altri tre, prima di prendersi una “meritata” pausa.
Non ci si scanna per il quieto vivere. Non ci si urla addosso per non consumare energie preziose. Si combatte con lo sguardo, con le pause non coperte, facendo piccoli dispetti come quello di non caricare la stampante quando stiamo per uscire. O intrattenendosi un po’ di più in maniera che lui finisca il turno prima di incrociarlo.
Inutile dirlo, è la classica guerra tra poveri. Si formano i gruppetti di chi va a giocare a calcetto assieme e ci si coalizza contro le mamme che parlano solo dei figli, il reparto telefonia pensa di lavorare di più del reparto grandi elettrodomestici, l’alleanza di quelli che amano la montagna si scontra con il fronte di chi ama il mare. Tutte dinamiche già viste alle scuole superiori, se non vogliamo risalire addirittura alle elementari.
Ma c’è una cosa che può accomunare tutti, può farci fare fronte comune per superare le avversità. Non di un’intera vita lavorativa – per carità – al massimo della settimana o forse della giornata. E questa tregua non scritta arriva solitamente quando un superiore decide di dare spettacolo, nel senso peggiore del termine.
C’è il capo che non accetta il fatto che ognuno abbia una vita da mandare avanti al di fuori del lavoro e gestisce i turni solo pensando al fatturato. Gli chiedi una domenica libera? “No”. Un sabato pomeriggio? “No”. Un paio di giorni di ferie in più per avere il tempo di disfare le valigie? La risposta è sempre e comunque “NO”. Risultato? Quando ci sarebbe bisogno di elasticità da parte della squadra per coprire le ferie degli altri o per una promozione “sensazionale”, la squadra gli dà il due di picche. Quindi clienti ovunque, code alle casse, telefonate che squillano a vuoto e lui che va nel panico e comincia a brontolare che “per una volta che vi chiedo una cosa non siete mai disponibili”.
Poi c’è il capo con le preferenze. Se arrivi cinque minuti tardi ti fa il cazziatone davanti a tutti, ma se lo fa il suo prediletto lo giustifica in tutti i modi e gli offre la possibilità di uscire un quarto d’ora dopo per recuperare. Questo tipo di ingiustizia crea legami solidi tra gli “esclusi dal giro buono”: gente che fino a ieri si parlava solo per passarsi la pistola scanner, oggi si scambia dritte su come non farsi fregare le pause o su cosa è successo nell’ufficio del direttore il giorno prima.
E poi c’è il superiore che gioca alla “ritirata tattica” quando c’è da affrontare un cliente problematico. Quello che magari ha promesso qualcosa di impossibile pur di levarselo di torno, ma al momento dello scontro sparisce dietro le quinte. In quei frangenti si forma una vera e propria alleanza tra la prima linea: chi resta al bancone, ossia la trincea che regge l’urto, e chi interviene a fare da paciere pur di chiudere la faccenda, vale a dire la “cavalleria” che dà rinforzo. Alla fine, quando il cliente se ne va e il capo ricompare come se nulla fosse, ci si scambia uno sguardo d’intesa che dice tutto: “Anche questa volta abbiamo risolto noi”.
Curioso pensare (e ammettere) che queste piccole coalizioni, seppur temporanee, valgono a volte più di mille corsi di team building pagati dall’azienda. Sembra quasi che i capi incompetenti vengano messi lì di tanto in tanto per formare le squadre, per rafforzare lo spirito di gruppo. Sarebbe bello pensarla così, anche se così non è, purtroppo.
Comunque vada, bisogna riconoscere che per quanto Filippo sia sempre in ferie, Luisa litighi spesso col marito e Mario abbia un umore nero ogni giorno dispari, alla fin fine facciamo tutti parte della stessa banda. Disfunzionale, litigiosa, ma pur sempre una banda. Non serve volersi bene. Serve riconoscersi come squadra. Sapere che tra clienti isterici, obiettivi da raggiungere, e volantini sempre più assurdi e i manager che ci “comandano”, ci siamo noi. E se non ci facciamo dividere, non siamo mai soli. (nathan)
E tu? Che colleghi hai? Scrivimi a nathan@biancoebruno.it e parliamone assieme!





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