Il nostro lavoro - quello di addetto vendita - ha tanti difetti, ma tra i pochi pregi c’è quello che quando la voglia manca e l’occasione è propizia, ci si può ‘imboscare’. Ora, prima di attirarmi le ire funeste dei leoni da tastiera, correggo subito il tiro: non intendo proprio imboscarsi come un dipendente statale che va a fare la spesa durante l’orario di lavoro, ma – siamo sinceri – ogni tanto si può far girare il motore al minimo. Intrattenersi di più con un cliente parlando del più e del meno, fermarsi qualche minuto in più in magazzino riorganizzando le confezioni con lentezza, scegliere di dedicarsi ad un lavoro che gli altri evitano, proprio perché nessuno verrà a disturbarci o a chiederci a che punto siamo. E, vivaddio, ci può anche stare ogni tanto di tirare il fiato, in una vita lavorativa fatta di contatto col pubblico (non sempre positivo), turni serali, sabati, domeniche e festivi.
Dell’imboscata, però, ci sono anche gli habitué, e perfino i professionisti. C’è chi fa dell’imboscata il proprio stile di vita. Solitamente sono quelle persone che, dopo anni di agonismo del dolce far nulla, vengono ormai sollevate dagli incarichi più stressanti e non si vedono proprio nei turni di “rush hour”, come nel picco delle vendite del Black Friday. I responsabili, infatti, sanno che mettere queste persone in turni cruciali, sarebbe come puntare sul cavallo zoppo al palio di Siena: accuserebbero un malore improvviso, invocando una mutua ‘strategica’ di almeno una settimana.
Meglio evitare, poi, di non accontentare lo stratega dell’imboscata quando chiede un cambio turno, o una domenica libera, le ferie o i permessi. Altrimenti per ripicca si mette a non lavorare sul serio, dato che per lui quelle ore trascorse in punto vendita sono ‘lavorare’. Immaginatevi cosa potrebbe fare per ‘non lavorare’.
A farmi inacidire, non è tanto il fatto che esistano colleghi che se la prendono comoda, perché ognuno di noi può tenere il ritmo che è in grado di tenere. Purché si renda utile alla causa comune. A farmi venire i bruciori di stomaco, semmai, è che chi lavora anche per quelli che non lavorano possa essere ripreso per errori di percorso, mentre per chi non lavora ci sono solo turni leggeri, richieste sempre accolte, parole gentili. “Solo chi non mangia non fa briciole”, amava ripetermi il mio vecchio capo settore, nel senso che lavorando si sbaglia, ma qui mi sembra che chi non fa le briciole venga pure lodato per non aver sporcato.
In un mestiere come il nostro, fatto di pressioni continue e picchi lavorativi incontrollabili, può capitare che ci troviamo accerchiati da cinque clienti che chiedono cinque cose diverse, e per cercare di fare in fretta può capitare di sbagliare qualcosa. Questo succede anche perché chi dovrebbe aiutarci spende tutte le ‘proprie energie’ dietro quella vecchina tanto simpatica che ha chiesto un’informazione sul decoder satellitare. E noi lo vediamo lì, a perdere tempo, cercando di risultare simpatico all’anziana signora come il nipote che non ha mai avuto, spiegando per filo e per segno come funziona una scheda TivùSat. Nel frattempo, ci capita di commettere un errore, magari grossolano, a volte madornale, con i clienti che stiamo cercando di gestire (anche per lui).
E chi pensate che risulti colpevole agli occhi dell’azienda quando salterà fuori l’errore che abbiamo commesso? Noi, che abbiamo cercato di fare gli equilibristi con cinque clienti? O il nostro imboscato che ne ha gestito uno scarso, magari non concludendo nulla? A volte mi sembra di essere quel poveretto che, per liberare l’incrocio ed evitare un tamponamento, accelera e passa col rosso. È in contravvenzione, di fronte ad un controllo non può dire nulla, per cui si becca la multa e deve pure tacere. Ma cosa sarebbe successo se avesse inchiodato? Probabilmente un tamponamento, un incidente grave, come minimo avrebbe ostruito l’incrocio per ore.
Anche qui, ci saranno colleghi che mi diranno: “Bravo Nathan, così tu fai il gioco dell’imboscato! Perché, anziché servire anche i suoi clienti, non gli lanci un urlo e lo fai venire a darti una mano?”. Beh, ve l’ho detto prima: perché gli imboscati, solitamente, sono molto permalosi. E hanno tutti i diritti (del lavoro) dalla loro parte. “Allora servi anche tu i clienti con lentezza, gioca sul suo stesso piano”. Non ci riesco, è un po’ come la storia dell’incrocio: non mi piace causare incidenti solo per seguire le regole.
E così mi becco i miei rimproveri per errori che commetto per la troppa ansia di fare. Mentre chi non fa nulla non si sente mai dire nulla, perché altrimenti sarebbe un comportamento vessatorio del manager che genera stress correlato al lavoro per la povera creatura. Il punto non è demonizzare la pausa o l’andare un po’ più lenti, ma sottolineare che quando questa lentezza diventa cronica e fatta a spese degli altri, allora a pagarne le conseguenze sono sempre quelli che ci mettono più impegno.
Mi viene in mente un film, quel capolavoro di “Americani”, di James Foley, dove i venditori erano costretti a lavorare sotto una pressione disumana. C'è una scena in cui il venditore veterano, interpretato da Jack Lemmon, in preda alla disperazione per non essere licenziato, ruba i contatti più preziosi dall'ufficio per concludere una vendita. Il suo gesto, disperato e sbagliato, gli si ritorce contro. Ecco, noi non corriamo il rischio di finire in galera per un crimine simile, ma la logica è la stessa: in un ambiente di lavoro sono sempre quelli che provano a fare troppo, per sé e per gli altri, a commettere l’errore fatale. E sono loro a pagare il conto per tutti.
Attenzione, però, adesso non vorrei che pensaste che io sia il solito aziendalista “faccio tutto io” che si lamenta se gli altri si prendono una pausa caffè. Tutt’altro: anche io cerco di avere un equilibrio e un ritmo lavorativo che mi consenta di arrivare con qualche energia alla fine della giornata. Mi dà fastidio, però, vedere che l’imboscato trascorre ogni giorno che il buon Dio ci manda in terra a scansare il lavoro serio, a inventarsi scuse per far sembrare che sta facendo qualcosa mentre in realtà non fa nulla. E poi quello che sbaglia sono io? È paradossale!
È una guerra tra poveri, lo so, quella nella quale chi prova a fare qualcosa finisce col pagare anche per chi si è defilato. Perché lavorando si sbaglia, e chi lavora di più sbaglia di più. È sacrosanto lavorare con lentezza quando serve, è sacrosanto difendere i (pochi) diritti che ci restano e non sacrificare del tutto la vita privata sull’altare del lavoro. PERO’, un ‘però’ grande come una casa, se per salvaguardare noi stessi scarichiamo il peso sugli altri, allora sì che passiamo dalla parte del torto. Perché non è la “lentezza” il problema, ma l’egoismo con cui la esercitiamo.
Alla fine, nel nostro lavoro, l’imboscato non sbaglia mai: non fa nulla, e il nulla non lascia tracce. A pagare, invece, è sempre chi prova a tenere in piedi la baracca.





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