Domenica, 31 Dicembre 2023 14:38

Riciclo in Italia 2023: le materie prime seconde sono la sfida

Sfruttamento dei materiali in ottica circolare: è la nuova frontiera della filiera del riciclo; RAEE e pile esauste ambiti ancora critici. È quanto emerso dal rapporto della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

Con un tasso di riciclo dei rifiuti speciali e urbani al 72%, superiore alla media europea (58%), l’Italia conferma la sua eccellenza. Rimangono ancora deboli le filiere dei RAEE e delle pile esauste, con percentuali di riciclo inferiori agli obiettivi europei, uniche nel panorama generale delle 19 filiere del rifiuto. Le ottime performance nazionali sono fondamentali per il potenziale sviluppo e incremento della produzione di materie prime seconde derivate dai prodotti a fine vita. Per un Paese grande importatore di materie prime come il nostro, questa prospettiva ha diversi effetti positivi, oltre al beneficio ambientale: la riduzione delle importazioni e una nuova opportunità di sviluppo tecnologico e industriale italiano. Nuove tecnologie e materie prime seconde sono le “Nuove frontiere del riciclo”, come recita il titolo del recente evento promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con Conai e Pianeta 2030 (Corriere della Sera), e con il patrocinio del MISE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), durante il quale è stato presentato il Rapporto “Il Riciclo in Italia 2023”, dedicato in larga parte proprio alle materie prime seconde.

No materie prime seconde? No economia circolare

Riutilizzare ogni materiale limitandone lo spreco al minimo indispensabile è il principio su cui si fonda l’economia circolare, dunque. I mercati delle MPS (Materie Prime Seconde) sono fondamentali per la transizione verso un sistema circolare, poiché consentono ai materiali recuperati di rientrare nella filiera produttiva, in alternativa e in riduzione all’uso di materie prime. Ma il mercato di questi prodotti è in fase di organizzazione, inoltre per essere efficiente deve rispettare alcune regole: standard di sicurezza e qualità dei prodotti circolanti, quotazioni in linea con il mercato, norme di regolamentazione e altri fattori. Attualmente, invece la commercializzazione delle MPS è caratterizzata da una disponibilità di informazioni inadeguate o a volte incoerenti per gli operatori, da una mancanza o limitata disponibilità di mercati organizzati di queste materie, da una sbilanciata interazione con il consolidato mercato di materiali vergini. In questa fase transitoria, è stato sviluppato un sistema per definire lo stato dei mercati di MPS esistenti, che vengono definiti di ‘buon funzionamento’ se soddisfano questi criteri: una quota significativa del mercato totale, prezzi che riflettono adeguatamente le interazioni domanda-offerta, un ambito internazionale (o quantomeno ampio) di transazioni, adeguati strumenti economici - anche senza il supporto della politica dei rifiuti - solida capacità industriale di riciclo, buona disponibilità di informazioni di mercato, e buona standardizzazione dei prodotti. Secondo questi criteri, degli otto mercati comuni delle MPS, ovvero alluminio, carta e cartone, legno, vetro, plastica, tessili, rifiuti da costruzione e demolizione, infine rifiuti organici, solo tre funzionano correttamente: alluminio, carta e vetro.

Modelli di sviluppo e criticità da superare

I mercati ‘virtuosi’ di carta, vetro e alluminio costituiscono modelli di riferimento per lo sviluppo delle altre filiere del riciclo. Per contro, le principali ragioni di un funzionamento ‘non buono’ degli altri cinque settori, sono: dimensione ridotta, debolezza della domanda anche in presenza di un aumento dell’offerta, nonché inadeguate specifiche tecniche. Ora che la filiera del riciclo produce una disponibilità costante di materiali, il mercato delle MPS è frenato dalla mancanza di una sufficiente armonizzazione delle specifiche tecniche, o dei criteri di cessazione della qualifica di rifiuto, o dalla presenza di sostanze pericolose: superare questi ‘blocchi’ (anche burocratici e normativi) porterebbe a una diminuzione nei costi di produzione e a una normalizzazione della produzione. E aumenterebbe la fiducia dei potenziali utilizzatori riguardo alla qualità delle materie prime seconde e a una costante disponibilità di fornitura. Il settore produttivo dimostra una certa riluttanza a integrare le MPS nei suoi processi, e a predisporre cambiamenti e investimenti importanti che questa opzione richiederebbe. La contingenza economica non aiuta, è vero. In generale, poi, sia la domanda che l’offerta soffrono di una mancanza di informazioni credibili, approfondite e pertinenti sui mercati delle MPS. Come invece accade nei mercati delle materie prime, in cui i dati e le informazioni su disponibilità, prezzo, quantità, tracciabilità, piattaforme di scambio, ecc. sono normalmente accessibili a tutti gli operatori. Intanto, come ha sottolineato durante il convegno Andrea Fluttero, presidente di Erion, la presenza di materiali riutilizzati nei prodotti diventa elemento di scelta da parte del consumatore, e comincia a crescere l’esigenza di disponibilità di MPS per le produzioni. Il cambiamento è anche concettuale: non più rifiuto ma prodotto post-consumo.

Ritardi ed eccellenze tecnologiche: un binomio italiano

La filiera italiana dei RAEE, con il 34% della raccolta è ancora lontana dal target europeo del 65% (previsto al 2019). Ma è stringente la necessità di colmare il divario, a maggior ragione per il fatto che i RAEE con la loro variegata componentistica sono una miniera urbana di materiali. Nelle apparecchiature infatti si possono trovare metalli preziosi come oro, argento e platino, materie critiche come cobalto e palladio, alluminio e ferro, plastiche e altro. Le elevate potenzialità della filiera sono ostacolate da ricorrenti criticità (dispersione di RAEE e sistemi paralleli e illegali di raccolta, insufficiente informazione sono le principali); oltre al tasso di raccolta inferiore alla media europea sia per i RAEE (34% vs 46% al 2022) che per pile e accumulatori (43% vs 47% al 2020), pesano nel nostro sistema uno scarso sviluppo di impianti e tecnologie per il recupero dei materiali, come ad esempio il litio. In previsione di un consistente aumento di batterie (14 volte entro il 2030) servono impianti e tecnologie avanzate per aumentare le quantità di rame, litio, nichel e cobalto provenienti dalle batterie esauste. In questo ambito l’Italia vanta una eccellenza: la Ecofactory di Haiki Cobat, che recupera batterie e accumulatori attraverso un processo idrometallurgico brevettato (l’inaugurazione è prevista nel 2024). Tramite questa tecnologia proprietaria è possibile recuperare una quantità di litio superiore al 90% con una purezza oltre il 95%. Come ha dichiarato Antonio Carluccio, operation & sales manager di Haiki Cobat: “L’accumulo di energia è strategico, ci vogliono impianti nuovi e specialties nuove. Noi partecipiamo alla transizione sostenibile con impianti e innovazioni in linea con le evoluzioni del mercato. L’Italia è leader nel riciclo delle batterie, il processo idrometallurgico è un brevetto italiano”.

Quel ‘pasticciaccio’ dei materiali plastici

È diffusa la sensibilità verso il tema dell’inquinamento da plastica, recuperarla però è difficile per tante ragioni, a partire dagli innumerevoli tipi di materiali plastici usati nelle produzioni. Nel 2022 il mercato della plastica riciclata ha subito una contrazione a causa dei rincari energetici e della concorrenza dei materiali vergini. Si è avverato quello che gli operatori temevano: con l’incremento dei prezzi di vendita dei materiali riciclati, diversi settori industriali hanno dovuto optare per i più economici polimeri (plastiche) vergini, non potendo sostenere il maggior costo delle materie prime seconde. Quello delle plastiche è, infatti, uno dei mercati MPS che non funzionano; fra i problemi principali da risolvere c’è la complessità dei materiali, i rifiuti plastici sono spesso eterogenei, contengono diversi polimeri e additivi, coloranti e stabilizzanti e potenzialmente anche altri materiali come carta e metalli; questo implica investimenti e costi di lavorazione e trattamento che incidono sul prezzo finale dei prodotti. Ma è in crescita la richiesta di materiale riciclato da integrare nei prodotti e diverse aziende (alcune anche nell’industria degli elettrodomestici) hanno fissato volontariamente obiettivi di utilizzo di MPS plastiche. Per queste imprese, però, uno dei problemi principali è reperire volumi sufficienti e di buona qualità.

New entry del riciclo: il tessile 

Forse non sono in molti a sapere che il settore tessile è al quarto posto per maggiore consumo di materie prime e risorse idriche, e responsabile del 10% delle emissioni globali di gas serra. A oggi i prodotti tessili a fine vita hanno un tasso di riciclo in nuovi prodotti pari all’1% a livello mondiale, producendo nella sola UE milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno. Per questo la Commissione europea ha presentato la proposta di istituire anche in questo settore la responsabilità estesa del produttore, con conseguente finanziamento e organizzazione di una filiera della raccolta e riciclo. Intanto dal 1°gennaio 2025, scatta l’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili. In questa prospettiva la competenza dei consorzi già attivi nelle filiere di di RAEE, pile esauste, etc è un vantaggio strategico e alcuni stanno già avviando attività dedicate a questo nuovo ambito di riciclo. È importante però tener conto delle peculiarità, come ha sottolineato Michele Zilla, amministratore delegato di Haiki Cobat, che già si sta muovendo nel settore. Il rapporto completo è scaricabile qui(l.c.)