Mercoledì, 05 Giugno 2024 16:44

“Un lavoratore in salute (in tutti i sensi) conviene all’azienda”

Nella seconda puntata della nostra rubrica dedicata alla medicina del lavoro affrontiamo col dottor Michele Caldaroni il rischio di patologie più frequenti per i nostri lettori: addetti alle vendite e manager di azienda.

Continuiamo a parlare di medicina del lavoro, dopo la panoramica su questo tema pubblicata sul numero di marzo-aprile, per mettere in luce le patologie e i disturbi che possono potenzialmente affliggere i nostri lettori, addetti alle vendite in primis, ma anche impiegati e manager di azienda: persone, quindi, impegnate per almeno otto ore al giorno in una posizione eretta e a stretto contatto con il pubblico, e soggetti che svolgono invece la propria attività in posizione prevalentemente seduta, spesso al computer. Affrontiamo l’argomento con il dottor Michele Caldaroni (foto nella gallery), medico di medicina generale e specialista in medicina del lavoro (foto), che abbiamo incontrato nel suo ambulatorio di Ancona.

Dottor Caldaroni, quali sono le più frequenti patologie che affliggono addetti alle vendite e manager di azienda?

“Innanzitutto è bene sottolineare che patologie fisiche e psicologiche sono strettamente connesse e vanno trattate le une in relazione alle altre alla luce della storia clinica del paziente-lavoratore, della sua condizione personale e familiare, oltre che del contesto in cui vive. Tra i disturbi più diffusi che interessano commessi e figure chiave aziendali spiccano quelli dello stress lavoro-correlato, ovvero quelli che derivano da una risposta patologica a situazioni mal tollerate sul luogo di lavoro”.

Facciamo qualche esempio.

“Per gli addetti alle vendite si tratta in particolare di disagi legati a turnazioni eccessive e pesanti, spesso anche durante festività o in ripetuti fine settimana, al mancato godimento delle ferie e al rapporto costante con il pubblico. Nei lavoratori con funzioni di responsabilità aziendale il malessere o la vera e propria malattia da lavoro possono dipendere dalla paura di non riuscire a raggiungere gli obiettivi commerciali o di produzione fissati dall’azienda su base mensile o trimestrale, ad esempio, o dalla difficoltà nel trasmettere correttamente le informazioni al proprio gruppo di collaboratori, o ancora dal timore di essere trasferiti in un’altra sede. Tutti fattori che, in soggetti predisposti, possono creare disturbi del sonno, come la sensazione di mancato riposo o di riposo non sufficiente (sonno non ristoratore) e disturbi del tono dell’umore, con depressione, ansia, fobie, fino agli attacchi di panico”.

E dal punto di vista fisico cosa può accadere?

“Sotto il profilo organico possiamo invece assistere all’aumento o all’insorgenza di patologie cardiovascolari quali ipertensione o diabete, sempre in soggetti predisposti a un’alterazione del metabolismo degli zuccheri, che provoca appunto il diabete, o dei grassi, che ha come conseguenza un elevato livello di colesterolo nel sangue. Pensiamo anche alle pause che ogni dipendente riesce a prendersi durante il turno di lavoro: se insufficienti o troppo brevi lo costringeranno a pasti in piedi, magari con alimenti ricchi di zuccheri o di grassi, spesso confezionati”.

Non certo il massimo per un’alimentazione sana ed equilibrata.

“Esatto, soprattutto se si tratta di un’abitudine o di una prassi sistematica nel tempo. Ecco allora che lo stress può riflettersi sull’obesità, con un aumento progressivo delle calorie assunte mediante spuntini ripetuti, o anche sulla privazione di cibo in periodi particolarmente intensi, che in ogni caso conducono a un danno alla salute. Consideriamo poi il tempo di lavoro in una giornata: se spalmato in particolare su un orario spezzato e con una lunga pausa pranzo, può comportare una carenza di tempo libero per dedicarsi allo sport o all’attività fisica in generale”.

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Quali sono invece i rischi per chi trascorre molto tempo nella stessa posizione, che sia questa seduta o in piedi?

“I lavoratori di entrambe le categorie, sia chi passa la propria giornata davanti al computer che chi è costretto alla posizione eretta per interi turni può soffrire di dolori osteoarticolari legati a una postura scorretta. Il danno ergonomico può quindi insorgere con posizioni viziate incongrue, caratterizzate da un interessamento della colonna lombo-sacrale e della zona dorsale, che a lungo termine possono condurre a patologie di forte entità”.

Qual è l’incidenza di tali patologie in relazione all’età dei lavoratori?

“Sicuramente maggiore è l’esposizione a posture scorrette nel tempo e altrettanto elevato è il rischio ergonomico. Molte catene della grande distribuzione utilizzano personale giovane che può sopportare un carico fisico di rilievo senza ripercussioni immediate. Poi fra venti o trent’anni avremo magari assistito a un turnover complessivo dei dipendenti”.

Anche la luce e il ricircolo dell’aria andrebbero tenuti sotto controllo.

“L’esposizione prolungata alla luce artificiale e il riflesso del monitor possono provocare malattie della vista come ipovisus, miopia e astigmatismo. Molto importante è distogliere lo sguardo dal computer e fare attenzione non solo alla fonte luminosa, che deve essere il più possibile naturale, ma anche alla sua provenienza: mai posizionarla dietro al monitor, perché poi ne subiremo il riflesso, e neppure davanti, ma di lato. L’aria viziata nei locali è fonte, inoltre, nella maggior parte dei casi, di patologie respiratorie e cefalea”.

È facile distinguere la causa che origina lo stress, specialmente se si tratta di stress lavoro-correlato?

“No, al contrario: è assai difficile distinguere fra problemi di salute dovuti al lavoro e quelli legati a situazioni extra-lavorative. Esiste inoltre una grande variabilità personale che rende il quadro più complesso e sfaccettato. La cosa importante è saper comunque riconoscere i sintomi di un basso grado di benessere ed esprimerli al proprio medico di famiglia o al medico aziendale. Grande beneficio deriva dal dialogo e dalla collaborazione tra queste due figure per un trattamento completo e consapevole del paziente-lavoratore”.

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Come riconoscere, in pratica, i sintomi dello stress?

“Oltre al mancato riposo, lo stress può esprimersi attraverso una facile irritabilità, anche nei rapporti con clienti e colleghi, disturbi dell’appetito, e – elemento frequente – un grado elevato di ansia quotidiana prima di andare al lavoro”.

Si può parlare di burn-out?

“No, questo è piuttosto l’evoluzione dello stress, che in alcuni casi può condurre allo sviluppo di patologie psichiche importanti. Tra i sintomi del burn-out si evidenziano non di rado uno stato depressivo profondo e una tendenza all’isolamento sociale. Un aspetto da non sottovalutare, specie per chi dopo molte ore di lavoro a contatto con le persone, non ha tempo né particolare propensione a coltivare relazioni”.

È facile correggere i disturbi provocati dallo stress?

“Al di là del farmaco da somministrare al paziente-lavoratore il focus principale da considerare è quello a monte, che riguarda la possibilità di conciliare le esigenze dell’azienda con quelle del dipendente, più che mai nel settore della grande distribuzione che vive la propria evoluzione al rapido ritmo di volantini nella continua concorrenza con i retailer dell’e-commerce. Per tutelare nel lungo periodo la salute del personale di un’azienda è allora fondamentale impostare un dialogo aperto tra le due parti. Una missione possibile e soprattutto conveniente per tutti, anche per il datore stesso: un lavoratore che presta il proprio lavoro in salute produce anche più in fretta e meglio, riduce il numero di giorni di malattia in un anno e gli infortuni sul luogo di lavoro, è più collaborativo, reattivo e impara nuove procedure con rapidità”. 

Probabilmente serve anche una cultura della salute nelle aziende.

“Già da un po’ va molto di moda il cosiddetto welfare aziendale, ma è indispensabile che le aziende proseguano l’opera di sensibilizzazione dei propri dipendenti offrendo loro gli strumenti necessari tramite specifici corsi di formazione, come – ma non solo - quelli sulla sicurezza, che sono previsti per legge, obbligatori in base ai rischi di ciascuna impresa, e che contengono paragrafi anche sullo stress lavoro correlato, su come riconoscerlo e affrontarlo. Su come, in pratica, prendere sul serio quelle piccole spie di malessere che possono trasformarsi in patologie”.

Come è cambiato l’approccio del mondo delle imprese rispetto a questo tema?

“Assistiamo a una attenzione e a una sensibilizzazione crescenti nei confronti della salute dei lavoratori, e si sta in molti casi cercando di introdurre la figura dello psicologo del lavoro, specializzato appunto nei rapporti aziendali”.

Merito delle leggi o dell’evoluzione culturale?

“Entrambe le cose: le leggi incentivano una presa di coscienza sul tema, ma anche la cultura d’impresa si è affacciata alla consapevolezza che un lavoratore in salute conviene”.

Qual è dunque il messaggio per lavoratori e aziende?

“Di prestare sempre la massima attenzione alla valutazione costante del rischio per la salute e di quantificare lo stress e altre eventuali criticità attraverso questionari periodici – un metodo già relativamente diffuso, peraltro – composti da poche decine di domande a cui i dipendenti saranno chiamati a rispondere in forma anonima. Tra gli elementi che rientrano nelle analisi anche il numero di assenze e di infortuni sul lavoro, misurati attraverso parametri scientifici”.

Si tratta di semplici rilevazioni a fini statistici o possono indurre all’adozione di particolari provvedimenti?

“Tali indagini possono indubbiamente sfociare in provvedimenti ad hoc atti a correggere eventuali criticità aziendali emerse, criticità che tramite questionari firmati non avrebbero probabilmente la ‘fortuna’ di venire a galla con la stessa chiarezza, complice la paura di esporsi in quanto singoli di fronte al proprio datore di lavoro”.