Lavatrici, frigoriferi, TV, smartphone, caricabatterie: quando giungono a fine vita questi prodotti diventano RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). In Italia, il sistema ufficiale gestisce circa 360.000 tonnellate di RAEE all’anno, oltre i due terzi delle quali vengono trattati da Erion WEEE, il principale tra i 15 consorzi nazionali coordinati dal CdC RAEE. Da sempre in prima linea per la tutela dell’ambiente, Erion WEEE garantisce ogni anno il riciclo di importanti quantità di materie prime, tra cui ferro (oltre 130.000 tonnellate), alluminio (5.200 tonnellate), rame (5.800 tonnellate) e plastica (29.600 tonnellate).
Risultati significativi, questi, che contribuiscono all’economia circolare, ma che potrebbero essere molto più elevati se l’Italia riuscisse a colmare il divario rispetto agli obiettivi europei di raccolta dei RAEE. Per centrare tali obiettivi, il nostro Paese dovrebbe raccogliere 12 kg di RAEE per abitante, il doppio degli attuali 6 kg. Nonostante il sistema RAEE italiano sia considerato una best practice a livello europeo (con più consorzi in competizione tra loro all’interno delle regole stabilite dal CdC RAEE), la raccolta dei RAEE - che per legge deve essere effettuata dagli enti locali e dai negozianti di apparecchiature elettriche ed elettroniche - continua a essere insufficiente. Per quali motivi?
“Svaniti" nel nulla
Per i grandi elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie…), un mercato prevalentemente di sostituzione, in nove casi su dieci la consegna di una nuova AEE comporta il ritiro di un RAEE; invece, “ufficialmente” il ritiro di un RAEE viene effettuato meno di cinque volte su dieci: in tutti gli altri casi sembra che gli apparecchi giunti a fine vita restino nelle nostre case. Improbabile, vero? Nel 2023, ad esempio, sono state vendute 415.000 tonnellate di questi prodotti: sarebbe stato logico aspettarsi 370.000 tonnellate di RAEE.
Ma le tonnellate arrivate sono state solo 230.000; apparentemente, quindi, 140.000 tonnellate di frigoriferi, congelatori e “grandi bianchi” (che con un peso medio di 50 kg corrispondono a oltre 2.800.000 pezzi) sarebbero rimasti entro le nostre quattro mura. Ovviamente non è così: la verità è che in un solo anno, 2.800.000 prodotti non più utilizzabili sono usciti dalle nostre case, ma poi sono svaniti nel nulla: RAEE venduti a soggetti che effettuano trattamenti non corretti, o RAEE esportati illegalmente verso Paesi più poveri. Tutte pratiche che provocano un buco nero enorme e un disastro ambientale ed economico che può e deve essere contrastato intensificando i controlli su tutti gli operatori addetti alla raccolta.
Gap di conoscenza
Nel caso invece dei piccoli RAEE, sono essenzialmente due le motivazioni a monte degli scarsi risultati di raccolta. Innanzitutto esiste un gap di conoscenza: i cittadini italiani non sanno cosa sono i RAEE e quindi non sono consapevoli della necessità di differenziarne la raccolta. Nel DL “Salva Infrazioni” di fine 2024 è stato introdotto l’obbligo per tutti i consorzi RAEE di destinare il 3% dei ricavi annuali a campagne di sensibilizzazione dei cittadini: un provvedimento fondamentale, che contribuirà a colmare le lacune informative sul tema. In secondo luogo emerge la difficoltà della scarsità dei luoghi di raccolta.
Per i piccoli RAEE questa non può avvenire solo nei centri comunali preposti o nei grandi negozi specializzati: occorre offrire ai cittadini modalità più immediate, più “vicine”, nei luoghi che i cittadini frequentano più spesso (negozi della GDO, scuole, uffici pubblici…). Un primo passo in questa direzione è stato fatto dal DL “Salva Infrazioni” sopra citato, che ha semplificato gli oneri burocratici per i negozianti che devono o vogliono effettuare il ritiro “uno contro zero” dei piccoli RAEE: ci auguriamo che tali semplificazioni consentano di aumentare il numero di negozi a disposizione dei cittadini per un corretto conferimento (gratuito) dei loro ped dismessi.









