Venerdì, 21 Agosto 2020 15:18

In azienda il merito parte da chi la guida

Un intervento per Bianco & Bruno di Elio Teodoro D'Angelo, consulente aziendale ed esperto di formazione. "L'imprenditore (e il top manager, aggiungiamo noi, ndr) che si senta 'arrivato' lavora per fare danni".

Il pericolo per un imprenditore è di pensare di essere ormai “arrivato”, di non avere null’altro da imparare, di possedere le necessarie competenze e di avere la situazione in pugno. In realtà non è quasi mai così. Tutto cambia sempre più velocemente e i grandi imprenditori sono sempre disponibili ad “istruirsi” pur di far crescere la propria azienda. Al contrario, gli altri trovano sempre l’alibi: “Non ho tempo”. Una scusante facilmente superabile perché basterebbe dedicare solo poche ore di istruzione per sapere poi come gestire meglio il proprio tempo e trovare, così, lo spazio necessario per migliorare le proprie competenze imprenditoriali. Ma in realtà non è il tempo la risorsa mancante, ciò che scarseggia è la volontà di trovare il tempo, poiché da un lato si teme di sminuire la propria immagine di “perfetto condottiero” nei confronti del proprio “esercito” e, dall’altro, si ha paura che le nuove conoscenze possano mettere in discussione la propria idea di equilibri aziendali costruiti nel tempo. Ma sono proprio questi equilibri che richiedono di essere costantemente rimodellati e adattati. Ecco, allora, uno dei compiti di maggiore responsabilità e più impegnativi per un imprenditore.

Cambiare per crescere
Non si può crescere senza affrontare i cambiamenti. Non si può proseguire il proprio percorso aziendale senza accettarne i rischi, non lo si può fare con la speranza che nulla cambi. Questo potrebbe essere il modo di pensare di un impiegato, mai non di un imprenditore. Non esiste una Bibbia delle competenze imprenditoriali, ma diverse qualità accomunano gli imprenditori: la capacità di affrontare la sfida assumendosi i rischi e le responsabilità; la capacità di interpretare il contesto e individuare le opportunità; la creatività, intesa anche come problem solving; la capacità decisionale; e quella di comunicare, coinvolgere e mobilitare i propri collaboratori chiave per raggiungere il suo obiettivo.

Vietato decidere in solitudine
Essere imprenditore nel retail vuol dire analizzare i contesti finanziari, economici, organizzativi e commerciali; richiede abilità di valutazione dei punti di forza e di debolezza interni e delle opportunità e delle minacce esterne. È un esercizio impossibile da fare da soli, e non si possono prendere decisioni importanti in solitudine, perché significherebbe aumentare notevolmente i rischi e sarebbe come buttarsi nel vuoto a occhi chiusi. Inoltre si comunicherebbe di non fidarsi dei propri collaboratori perché si ritiene che non abbiano le necessarie competenze. Ma se fosse così sarebbe una grave colpa, non loro però. Molto spesso ho incontrato imprenditori che pagano volentieri consulenti e collaboratori chiave solo per avere la ragione dalla propria parte, per sentirsi dire: “Sì, facciamo come dici tu”. Senza rendersi conto che certi atteggiamenti, a volte, avvengono per sfinimento perché altrimenti non si andrebbe avanti e, altre volte, anche per convenienze personali. Non bisogna fidarsi di chi è sempre d’accordo con il capo o è solamente capace di opinare e criticare l’operato altrui, oltre a non proporre mai soluzioni comprovate da dati tangibili.

Osservare come si comportano i migliori
Se non si trova il bandolo della matassa, allora può essere utile dare uno sguardo a cosa fanno e a come si muovono i migliori del settore. E non bisogna vergognarsi di farlo. Può essere molto valido lasciarsi ispirare da chi ha fatto qualcosa di grande. Non serve emulare o scimmiottare ma sarebbe sufficiente prendere quei riferimenti sani, virtuosi, degni di nota per il contesto nel quale si lavora. Si scoprirebbe, per esempio, che queste aziende devono il proprio successo non solo alla qualità degli uomini che in esse lavorano, ma anche alla capacità di ognuno di essi di ricoprire in maniera efficace ed efficiente il proprio ruolo. E per saper interpretare al meglio il proprio ruolo occorre innanzitutto sapere cosa significa avere un ruolo all’interno di un’organizzazione, quali responsabilità, quali comportamenti e quali competenze richiede. Una buona organizzazione consegue i propri risultati attraverso un organigramma - noto a tutto il personale dell’azienda - che definisce la divisione orizzontale utile per la funzione dei singoli ruoli e una divisione verticale che specifica la supervisione e il coordinamento dei propri collaboratori. I ruoli organizzativi derivano da questa classificazione.

Definire ogni ruolo presente in azienda
Il risultato globale dell’azienda viene quindi conseguito in funzione delle abilità delle singole persone a ricoprire il proprio ruolo, e delle singole unità operative in cui esse sono raggruppate. Maggiori saranno le capacità, migliori saranno i risultati. È quindi di fondamentale importanza definire i ruoli presenti all’interno dell’azienda, cosa legittima tali ruoli e identificare correttamente i comportamenti organizzativi attesi da ciascuno di essi come i budget, i target e gli MBO. Questo è un passaggio fondamentale per comunicare in maniera chiara e univoca le aspettative che l’azienda ha nei confronti dei singoli attori di ogni ruolo.

Sistema meritocratico: quante difficoltà!
Mi è capitato spesso, avviando un percorso formativo, di parlare dell’importanza che ha la formazione nel creare un sistema meritocratico nell’azienda. Altrettanto spesso mi sono sentito rispondere: “Questa azienda non è meritocratica”. Ciò indica l’incapacità dell’azienda di avere un tangibile metodo di valutazione delle performance dei propri collaboratori oltre ad un sistema premiante basato sui risultati. La stragrande maggioranza di questi lavoratori non si ritiene giudicata e valutata, nella propria attività, in modo meritocratico.

Quale futuro avrà l’azienda che non premia i propri dipendenti?
Quale giovane (e non solo) vorrà lavorare duramente se non si vede valutato sulla base dei meriti? Quali motivazioni del personale ci possiamo aspettare se i ruoli chiave delle aziende sono occupati da persone che gli altri ritengano in quella posizione non per propri meriti ma per altri motivi?
Quale futuro può avere un’azienda che non premia i propri dipendenti per il loro merito e che spesso non li ascolta nemmeno?
Questi sono i motivi che dovrebbero spingere gli imprenditori a considerare di più la felicità e la meritocrazia nei confronti dei propri dipendenti per una loro crescita professionale, poiché le risorse umane rappresentano l’ossatura di qualsiasi azienda, da loro dipendono i risultati e, soprattutto, sono il mezzo fondamentale per trasmettere i valori aziendali a clienti e fornitori. Un imprenditore che non riflette sull’adeguatezza delle proprie competenze e di quelle della propria organizzazione, che non si preoccupa delle abilità e delle motivazioni dei propri collaboratori, non deve sforzarsi di cercare di individuare quale sia il competitor più pericoloso per la propria azienda. E’ più vicino di quanto egli possa immaginare, è in casa propria.

Elio Teodoro D'Angelo

Consulente aziendale, esperto di formazione