Lunedì, 06 Aprile 2026 10:33

La farsa del “merito” fa male anche alle aziende

Quando l’inganno di una vuota meritocrazia rischia di moltiplicare le diseguaglianze.

E’ perlomeno da oltre un anno, ma con una accelerazione dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni statunitensi, che si moltiplicano le notizie di aziende pronte a ridimensionare o abbandonare le politiche cosiddette “DEI” (Diversity, Equality, Inclusion); l’articolo che riporto nel link di seguito è solo uno dei moltissimi che potete trovare ovunque, e ne elenca alcune molto importanti, sorprendenti in alcuni casi.

https://www.advocate.com/news/companies-abandoning-dei#rebelltitem1

Una delle motivazioni che ricorre nelle ragioni di tale cambio di rotta di aziende più o meno blasonate è “torniamo a dare priorità al merito”.

Il MERITO è la nuova arma linguistica brandita da chi vorrebbe azzerare conquiste e progressi, e da chi la utilizza sempre più a sproposito per giustificare scelte e decisioni che con il “merito” non hanno nulla a che fare.

Obiettivamente, non POSSONO averci nulla a che fare; prima di tutto, perché c’è un concetto fondamentale che risulta essere totalmente assente nella narrazione “tossica” che cresce nel dibattito pubblico, anche in Italia.

Sapete quale?

Ricordare che il “merito” si basa su un concetto imprescindibile: che tutti partano dallo stesso punto, che tutti abbiano le stesse opportunità.

Senza questo presupposto, il “merito” è solo uno slogan, ingannevole perlopiù, buono al massimo per essere appiccicato a caso al nome di un Ministero.

Se si vuole (onestamente) che a guidare il raggiungimento di obiettivi e risultati sia il “merito”, bisogna adoperarsi perché partano tutti dallo stesso punto.

Uno degli esempi più semplici e chiari è quello di un gesto sportivo, come potrebbe essere una gara di corsa: si parte tutti dalla stessa linea, chi corre di più vince (certo, potremmo discutere se tutti gli atleti e le atlete possano prepararsi con le stesse opportunità, ma congeliamo l’immagine sulla gara).

E’ talmente evidente che viene il dubbio (legittimo) di una colpevole dimenticanza, o peggio ancora di un inquinamento del messaggio, volutamente teso a mistificare il tono del “racconto”, trasformarlo in un randello nelle mani di chi ha scarse armi dialettiche ed usa quelle poche per rimestare nel torbido degli istinti più profondi.

In realtà, una società è “guidata dal merito” se, e solo se, tutti possano avere le stesse opportunità in partenza.

E allora, ecco alcune delle domande da fare a chi vuole eliminare politiche inclusive anche dal mondo del lavoro: vi sembra che ci sia parità di trattamento salariale per donne e uomini?

Vi sembra che ci siano le stesse possibilità di accesso al benessere per tutte e tutti?

Vi sembra che ci siano le stesse condizioni di accesso al credito per tutti gli imprenditori che hanno idee, competenze e capacità esecutive?

Vi sembra che sia garantito l’accesso ad una sanità di eccellenza ed efficiente a tutte e tutti?

E prima ancora, vi sembra che la nostra società garantisca le stesse opportunità di istruzione e formazione di eccellenza a tutte e a tutti?

La risposta, con onestà intellettuale, è “NO”.

L’inclusione non è certo, perlomeno non ancora, la cultura dominante, ed è ancor più lontana anni luce dall’essere una pratica quotidiana anche nel nostro paese. 

Lontana per chiunque: genere, differenze sociali, disabilità, orientamenti e scelte di qualsiasi tipo.

Il motivo per cui negli anni si sono costruiti investimenti, protocolli, modelli, buone pratiche, tavoli di discussione, formazione su questi temi, è proprio questo: potremmo chiamarlo “compensazione”, parte necessaria di un percorso di crescita culturale di un paese; è il minimo che si sia potuto fare sino ad oggi per consentire a tutte e tutti di conquistare il diritto di “partire dalla stessa linea”.

Questi non sono temi scontati, né tantomeno banali, perché riguardano la migliore direzione possibile di evoluzione, sia della società civile tutta, sia delle organizzazioni aziendali. 

Una scelta di libertà e rispetto, basata sul principio di equità. 

Per qualsiasi paese, per qualsiasi comunità di persone.

Tornando al mondo delle aziende, le politiche sulla Diversità, sull’Equità hanno esattamente il potere di arricchire i processi e il loro risultato, per raggiungere traguardi straordinari (stra-ordinari, oltre l’ordinario), e per distinguersi in uno scenario competitivo.

In questo senso hanno pienamente a che fare con la crescita e il successo delle organizzazioni stesse, diversamente da chi le vuole raccontare come puro folclore.

Quindi, non sono solo al servizio di una visione etica di una società, ma anche(se preferite) per pragmatismo e per una lungimiranza manageriale che dovrebbe spingerci a dire: “Ognuno è in grado di dare un contributo unico, inimitabile e necessario al successo delle aziende”.

Per chiudere: chi abbandona le politiche DEI come fossero un fardello imposto e alle quali oggi “finalmente non dobbiamo più sottostare”, compie un gesto non solo eticamente riprovevole; peggio, fa del male (pragmaticamente) a tutti i portatori di interesse di un’azienda: a tutti i collaboratori, al management, agli azionisti, ai fornitori, all’indotto collegato, compromettendo seriamente la possibilità di essere eccellente, e mettendo a rischio il raggiungimento dei propri obiettivi.

In una parola: controproducente.

Non possiamo dunque che augurarci, anzi impegnarci con determinazione affinché qualunque industry (produzione, retail, servizi), in qualsiasi settore, dedichi il giusto e crescente investimento in politiche inclusive, di equità e di valorizzazione delle diversità.

Dal diritto fondamentale di avere le stesse opportunità nasceranno allora le possibilità di far emergere il merito. Quello vero, per davvero.

Fabrizio Cappuccini