Giovedì, 27 Gennaio 2022 09:23

Otto anni per cambiare

E’ il limite di tempo che una ricerca americana individua per adeguare l'azienda ai mutamenti già in atto.

Otto anni rappresentano il limite di tempo a disposizione teorizzato in una recente ricerca dall’americano Jonathan Reichental, professore della Southeastern University, per adeguarsi ai cambiamenti in atto che ci consegneranno, a partire dal 2030, uno scenario economico-sociale completamente cambiato.

Secondo questa previsione, il 50% della forza lavoro sarà temporary o comunque a contratto e la stragrande maggioranza di essa in smartworking: in Italia si stima tra il 32% ed il 36%. Ciò, secondo il professor Reichental, genererà un impatto distruttivo su alcuni settori, soprattutto in relazione all’accelerazione di determinati fenomeni digitali, come il social-selling, la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale. Attività come bar, ristoranti, trasporti, alimentari, abbigliamento subiranno un vero e proprio shock economico sia in termini di numerica che in termini strutturali.

L’avanzare imperterrito dell’intelligenza artificiale e della robotica cambierà anche le professioni: sempre meno lavoro manuale e sempre maggiore operatività ad alto valore aggiunto, con le cosiddette soft skills a fare da asse portante: leadership, creatività, adattabilità al cambiamento e problem solving, come sancito di recente dal report sulle competenze della multinazionale Hays operante appunto nel mondo del recruiting. Il commercialista come lo conosciamo oggi non esisterà più, molte funzioni contabili e fiscali saranno digitalizzate (basti pensare alla fatturazione elettronica) e gestite direttamente dall’intelligenza artificiale.

Il processo che gli anglosassoni chiamano Long Life Learning (formazione continua), punta proprio ad adeguare le competenze alle nuove esigenze di mercato; l’eventuale mancato adattamento comporterà l’incremento di inattività di forza lavoro, con appesantimento della spesa sociale dei vari governi. Si parla di UBI (Reddito di Base Universale).

A tutto ciò si associa un problema di sostenibilità dei modelli produttivi appesantiti da diversi fattori:

- Materie prime: le quotazioni a tre mesi della Borsa su alluminio, acciaio e rame sono previste in crescita. Ad esempio, il prezzo dell’alluminio a tre mesi sul mercato di Londra segna un +22% .
- Noli e trasporti: era esattamente il 24 gennaio 2021 quando pubblicammo l’articolo “Container, quanto mi costi? Le sfide della logistica e il rapporto brand-trade”. Dopo un anno la situazione non è affatto migliorata. Freightos nei primi giorni dell’anno certifica ancora l’esistenza di quotazioni dei noli sino ad 8 volte i valori pre-pandemici.
- Energia: le ultime quotazioni del GME (Gestore dei Mercati Energetici) prevede un'inversione di tendenza del PUN (prezzo della materia prima) non prima di aprile 2022 quando dovrebbe scendere sotto i 170 euro su Megawatt.

Si parla di tempesta perfetta nella prossima primavera con un balzo dell’inflazione al 3,8% che porterà con sé una riduzione dei consumi da un lato ed un contestuale aumento del costo degli investimenti dall’altro.

Il mondo del retail specializzato avrà le sue ricadute in termini di adeguamento. The European House Ambrosetti parla di Comunità 5.0, dove le strutture retail diventeranno centri di vita sociale di prossimità: digitali, veloci ed in grado di armonizzare gli stili di vita del consumatore. Aggiungo che all’orizzonte si stanno affacciando altri modelli che tendono al concetto di community, forse ancora lontani, ma non troppo, vedi ad esempio il metaverso Meta di Zuckerberg: Facebook conta ad oggi 2,9 miliardi di iscritti. Sarebbe la “nazione” più popolosa al mondo (la Cina conta 1,5 miliardi di abitanti) con la possibilità, attraverso il conio di una criptovaluta, di creare un mercato di miliardi di dollari, con il vantaggio derivante dal possesso di dati su ognuno degli iscritti: stili di vita, interessi, pensieri e gusti.

L’essere umano ritorna davvero al centro? La robotica e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la società, tanto è vero che si parla di “Diritti dei Robots”, che è il titolo del libro di David J. Gunkel. Giustamente si pone l’attenzione sul benessere dell’essere umano come obiettivo principe, ma il percorso è lento, come ha dichiarato l'imprenditore del cachemire Brunello Cucinelli. Oggi le aziende devono essere veloci e geniali. In molte aziende mancano parte di questi attributi perché le zavorre che abbiamo prima elencato pesano come macigni su aziende strutturalmente già sottodimensionate: nell’ultimo report di CERVED datato 2021 i debiti finanziari sono aumentati dell’11,9%, peggiorando così gli indicatori finanziari patrimoniali.

Se ci riferiamo alla ricerca di Reichental, il countdown è inesorabile e quindi dobbiamo necessariamente passare all’azione:

- Muovere dal concetto di cliente a quello di comunità. Se abbiamo a cuore il benessere dell’essere umano, non possiamo farlo semplicemente attraverso un prodotto; abbiamo bisogno di creare affinità valoriale e questo è possibile solo attraverso la comunità.
- Accelerare il cambio di modello di business. Se da un lato in molte aziende si è avviato da anni un processo di cambiamento, allo stesso tempo questo è ancora troppo lento. La vita media di un’azienda nel 1984 era di 61 anni, oggi è scesa a 15 anni.
- Aumentare le dimensioni cedendo parte dell’autonomia. Il che non vuol dire condividere forzatamente la proprietà, ma integrare alcuni processi ad un livello più alto al fine di ottimizzare costi e soprattutto benefici. Non è importante la forma contrattuale che si sceglie, quello che conta è la propensione a colmare il gap strutturale che ci distingue dalla concorrenza globale.
- Ampliare l’investimento in competenze. Gli inattivi aumenteranno con il divenire della robotica, cosa che renderebbe insostenibile il welfare pubblico, soprattutto in una società come quella italiana in cui il tasso di natalità è completamente bloccato. Questo impatterebbe sulle categorie demografiche più esposte tra le quali quella femminile, con peggioramento del gender gap.

Le trasformazioni non si possono arrestare ma sicuramente si possono gestire non perdendo troppo tempo nella ricerca delle cause, come diceva Martin Luther King: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”. E’ un fatto culturale? Sicuramente. Ma come scrive Brian Walker in un suo articolo apparso sull’Harvard Business Review, il cambiamento culturale in un’azienda richiede un movimento interno non un mandato esterno. (luigi del giacco)