Il tema è stato trattato nei modi più diversi alla settimana milanese del design. Parlarne aumenta la consapevolezza di un problema complesso che ci riguarda tutti e per cui non esiste una ricetta collaudata. Una nostra selezione delle storie che più ci hanno colpito.

Con 1125 eventi iscritti ufficialmente, il 30 per cento in più rispetto allo scorso anno, il successo del Fuorisalone 2024 non è stato da meno di quello del Salone del Mobile. Confcommercio ha calcolato che l’indotto generato complessivamente dalle due manifestazioni è stato di quasi 270 milioni di euro, con il contributo del solo Fuorisalone cresciuto del 20 per cento. Eventi e iniziative si sono ispirati al tema lanciato dagli organizzatori: ‘Materia Natura’, un modo diverso per dire ‘sostenibilità’; termine, come si è visto, onnipresente - a ragione o a sproposito - in tutti gli appuntamenti della settimana milanese del design. Con molto rispetto per le iniziative e le buone intenzioni di tutti, abbiamo scelto - a nostro più che sindacabile giudizio - di raccontare storie che ci hanno colpito, convinto o sorpreso; tutte in qualche modo danno sostanza alla parola “sostenibilità”. In queste pagine trovate anche il nostro viaggio nel mondo dell’elettrodomestico, presente a Eurocucina o anche allo stesso Fuorisalone.

La dignità del lavoro - SAN PATRIGNANO. L’Università Statale di Milano ha ospitato tradizionalmente un evento organizzato dalla rivista “Interni”. Qui si danno appuntamento aziende, architetti e designer, per mettere in scena installazioni che interpretano il tema scelto, e quest’anno era: “Ricerca, innovazione e sperimentazione seguendo i principi universali di sostenibilità e tutela dei luoghi in cui viviamo, ovvero Cross Vision”. In questo contesto era presente la Comunità di San Patrignano (foto di apertura), con l’opera ‘The art of independence’, l’arte dell’indipendenza (che brillante gioco di parole!).  San Patrignano è una realtà - la più grande d’Europa - impegnata nel recupero di persone con problemi di dipendenza da droghe o da altri fattori; accoglie gratuitamente ragazzi e ragazze, ben 26mila finora, per aiutarli a recuperare completamente il senso della loro vita. A SanPa, così la chiamano confidenzialmente, i ragazzi imparano una professione e riprendono gli studi abbandonati grazie all’impegno ‘donato’ da artigiani e professionisti che mettono a disposizione le loro competenze. L’installazione della Statale lo ha dimostrato: il progetto, curato dal designer Giulio Cappellini, è stato realizzato dai ragazzi del laboratorio artigianale della comunità che hanno riprodotto su carta da parati con tecnologie digitali segni grafici caratteristici della Milano di oggi e di ieri con cui hanno abbellito le colonne d’entrata dell’Università. In questo progetto hanno trovato cittadinanza importanti elementi necessari alla sostenibilità: l’importanza delle persone, la dignità del lavoro, il cambiamento che è possibile, la cultura del fare che si può tramandare, la tecnologia che può migliorare, il comune obiettivo; temi come l’ambiente, il risparmio energetico, lo spreco vengono di conseguenza. San Patrignano ha portato al Fuorisalone la concretezza che ha generato l’opera. 

Siamo quello che gettiamo - AMSA. Sempre all’Università Statale, anche Amsa - azienda milanese di servizi ambientali (rifiuti urbani) - ha lanciato un messaggio sociale, forse un po’ accademico, attraverso l’installazione realizzata dagli studenti del NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) e curata da Italo Rota, scomparso ai primi di aprile scorso e fra i più noti architetti italiani, autore del Museo del Novecento del capoluogo lombardo. L’opera, intitolata “I am what I throw away” (Sono quello che butto via), è una costruzione architettonica che ospita elementi realizzati con i prodotti consumati mediamente in un anno da un nucleo abitativo medio. Qui le lattine usate in 12 mesi sono diventate un tavolino in alluminio riciclato, i contenitori in plastica si sono trasformati in una grande seduta alta come tutta l’installazione, circa 5 metri. Il messaggio ai visitatori era chiaro: siamo tutti responsabili. I cittadini di gestire correttamente i rifiuti, le istituzioni di assicurare adeguato servizio, le imprese di investire in sperimentazioni per trovare le giuste soluzioni. Più facile a dirsi che a farsi, intanto però possiamo buttare le lattine nel giusto bidone?

Salutare e viva - LA CASA PROBIOTICA. Confortevole, salutare, viva: sono le tre caratteristiche con cui è stata presentata la ProbioHouse, la Casa Probiotica. Quella della settimana milanese del design consisteva in un vero appartamento appena ristrutturato su progetto dello studio di architettura probiotica SSK, disciplina per noi assai misteriosa. Si tratta di un campo piuttosto innovativo, se non pionieristico, che prevede l’integrazione di microrganismi probiotici nei materiali da costruzione prima, e nella manutenzione quotidiana della casa poi. Bene, ma di cosa si tratta in pratica? “I probiotici sono batteri buoni, in contrapposizione a quelli cattivi responsabili di patologie - racconta Simona Kemenater, architetta che firma il progetto e promuove l’architettura probiotica -. Si parla molto del microbiota intestinale, in realtà sono molti gli insiemi di microrganismi che abitano l’uomo e la natura, hanno diverse funzioni organizzate a sistema, come appunto il microbiota intestinale”. Kemenater porta avanti una nuova idea di progettazione, che vuole sfruttare gli effetti benefici di questi sistemi microbiotici. “Siamo abituati a pensare che i batteri siano dannosi, e in parte lo sono davvero - continua l’architetta -, ma una buona percentuale, anzi la maggior parte, è utile e anzi necessaria al benessere delle persone. Sentiamo che certi prodotti promettono di eliminare fino al 99% di batteri, di fatto abbattono molti buoni elementi di cui avremmo bisogno per vivere in armonia col nostro ambiente. La condizione di sterilità ha senso ad esempio in una sala operatoria, o per precise necessità”. Dunque questi materiali da costruzione sono arricchiti con microrganismi; ad esempio, nell’intonaco a calce viene aggiunta una miscela probiotica liquida messa a punto da un’azienda tedesca. Il vantaggio dal punto di vista tecnico è che questi batteri - non tossici - assorbono le particelle d’aria che si formano in fase di preparazione dell’impasto e lo rendono più compatto e resistente al momento della stagionatura. Kemenater è a oggi l’unica architetta probiotica in Italia. “Sono in atto sperimentazioni all’estero - precisa la professionista -. Un’azienda francese produce cemento che si auto-ripara inserendo microrganismi incapsulati in microbolle di gel, che si attivano a contatto con l’acqua”. Comprensibilmente, la casa probiotica mal sopporta detergenti chimici, dannosi per persone e ambiente nonché inquinanti per l’aria di casa. Per pulire servono prodotti probiotici, che in effetti esistono. Certo si tratta di una disciplina ancora agli inizi: “Al momento - precisa la professionista - stiamo  avviando una sperimentazione con uno staff medico per raccogliere evidenze scientifiche”. Alcuni effetti benefici dei sistemi probiotici sono sotto gli occhi di tutti: la fotosintesi, la fermentazione, la concimazione naturale. Simona Kemenater si ispira alle ricerche di Neri Oxman, architetta israelo-americana formatasi al MIT (Massachusetts Institute of Technology di Boston, Usa), che porta avanti studi sull’architettura organica ovvero l’uso di materiali realizzati ispirandosi a processi biologici. 

Tecnologia e interpretazione dei sensi - HABITS DESIGN. Lo studio Habits Design continua la sua ricerca relazionale con le tecnologie attraverso la molteplicità di competenze dei sui team, dai designer industriali agli ingegneri, ai visual designer. Al SuperDesignShow del Fuorisalone 2024 ha presentato una ventata di umanità con cinque prototipi che utilizzando le più attuali tecnologie digitali restituiscono emozioni. Sono oggetti di uso comune, come una lampada o un appendiabiti, ripensati in chiave digitale: il risultato è un prodotto funzionale, ma interpreta - e indaga - in prospettiva una diversa modalità di relazionarci agli oggetti, che implica un coinvolgimento emotivo. Prendiamo Cosmo, progetto di Selma Antonellini, giovane industrial designer dello studio: di fatto sarebbe una lampada, ma è in grado di ‘apprendere’ le caratteristiche della sorgente luminosa con cui viene a contatto e di riprodurre, come in una semisfera magica, colori che si muovono e si fondono in ‘scenari di luce dinamica’. Antonellini si è ispirata alla primordiale relazione fra uomo e fuoco. Con Cosmo, l’utente ricrea in prima persona l’atmosfera che desidera; avvicinando la lampada (se così si può ancora chiamare) a sorgenti diverse come la fiamma di una candela, la torcia del cellulare o anche video di momenti particolari (come un tramonto), Cosmo riprodurrà insieme alla luce un momento ‘emozionale’, coinvolgente e di meraviglia. Confermiamo: lo abbiamo vissuto in prima persona. Il design della lampada si ispira alle rappresentazioni scientifiche dei buchi neri, unico fenomeno presente in natura in grado di assorbire la radiazione luminosa; la luce catturata viene poi restituita all’ambiente in maniera dinamica e tridimensionale dalla tecnologia di un diffusore sferico, creando una scena luminosa a 360 gradi, in movimento. Definire ‘Cosmo’ un apparecchio di illuminazione è per lo meno riduttivo, servirà un neologismo. Da segnalare anche ‘Visionaria’, la penna - o meglio un dispositivo digitale e intelligente - capace di leggere righe di un testo e proporre immagini coerenti con il senso delle parole. O ancora ’Rito’, l’appendiabiti che interagisce con le persone presenti in casa, percepisce quando abiti e oggetti vengono appesi o rimossi e reagisce proiettando immagini dinamiche sul muro. Oppure ‘1g1lm (1grammo= 1lumen)’, la lampada che ‘visualizza’ il peso della luce: si accende con una intensità proporzionale al peso che viene deposto sul tessuto che funge da coperchio. Insieme a Selma Antonellini (Cosmo), Alberto Milano, Michele Poggi, Marco Rissetto (Visionaria), Ilaria Tarozzi, Ilaria Vitali (Rito), Min Dong (1g1lm) sono i giovani progettisti che hanno immaginato di dare un nuovo senso alla relazione fra uomo e tecnologie. I prototipi aspettano di essere industrializzati. 

Dagli scarti e oltre - PERPETUA. La genesi di “Perpetua”, matita brevettata e insignita di importanti riconoscimenti, è piuttosto singolare, diversa dalle storie che ci si aspetta di sentire nel triangolo del design milanese di zona Tortona. Viene realizzata all’80 per cento con la polvere di grafite, scarto di lavorazione destinato alla discarica. A inventarla è stata una azienda veneta - Alisea - che degli scarti si occupa fin da tempi non sospetti. “Eravamo sostenibili senza saperlo - ci racconta Susanna Martucci, la fondatrice di Alisea -; ci occupavamo di oggetti promozionali negli anni ’80 e l’arrivo dei prodotti dal Far East ci ha obbligato a ripensare il nostro lavoro”. Martucci deve trovare il modo di risultare competitiva e dare un valore in più agli oggetti. “Con le mie donne (l’impresa è al femminile, ndr) abbiamo cominciato a girare per le aziende e ci siamo rese conto della follia di materiali che venivano buttati via. Così abbiamo pensato di ritirare questi materiali e usarli per produrre oggetti per le attività promozionali delle stesse aziende da cui prendevamo gli scarti. Lo facciamo ancora oggi”. Martucci e il suo team hanno un approccio non convenzionale alla progettazione, partono dall’esperienza: “Abbiamo maturato competenze in tanti processi produttivi - spiega - come la lavorazione delle plastiche, gomme, metalli legno: sperimentiamo su materiali diversi tecnologie e sistemi di lavorazione pensati per altri impieghi. E’ un modo per fare innovazione, Perpetua è nata così”. Con la polvere di grafite, scarto di processi di produzione degli elettrodi, Alisea ha realizzato la matita che prima non esisteva, mettendo a punto attraverso un lungo lavoro di ricerca e sviluppo un materiale nuovo ‘che valorizzasse le proprietà della grafite, eliminandone le caratteristiche negative’: l’Upgraded Recycled Graphite, questo il nome. E siccome ‘da soli non si va lontano’, attorno a questo nuovo elemento si è sviluppato un ecosistema di imprese e istituzioni. La ‘Light Lamp_g’, progettata dallo Smart Light Design Lab dell’Università degli studi di Firenze, è un prototipo sperimentale che usa Upgraded Recycled Graphite sia come elemento strutturale che come conduttore elettrico. “La grafite è un materiale fantastico - spiega Martucci -; ha proprietà lubrificanti, abrasive, è un conduttore elettrico, termico, blocca i raggi UV e le onde elettromagnetiche ed è un ottimo trasmettitore acustico. Il nostro prossimo prodotto, infatti, avrà a che fare con i suoni”. In partnership con Cosetex, produttore di seta, è stato sviluppato ‘g-silk’, un trattamento che dona alla seta un colore dall’effetto cangiante e ha la proprietà di resistere ai raggi UV. Listone Giordano ha utilizzato ‘g_ink’ - un trattamento colorante - per produrre un parquet per interni ed esterni (Graphit) che resiste all’ossidazione dei raggi UV, all’abrasione, ha una estetica vellutata e toni cromatici dal grigio chiaro al nero. Arclinea utilizza la innovativa vernice all’acqua ‘g_cover’ per trattare pannelli e ante delle sue cucine, migliora la durabilità proteggendo il legno dalla luce e da segni d’usura, ed è morbida al tatto. L’ultimo brevetto è un rivestimento utilizzabile su metalli e laterizi, realizzato al 65 per cento con Upgraded Recycled Graphite, insieme a materiali di recupero e sottoprodotti di lavorazioni: Graphii Coat 30GP è ignifugo, neutralizza naturalmente la ruggine, non contiene composti organici volanti (OVC), protegge dall’ossidazione, resiste alla corrosione e all’abrasione. Insomma, restituisce tutte le proprietà della grafite ed è in grado di accumulare e rilasciare calore per riscaldamento e raffrescamento. Alisea oggi è focalizzata sullo studio della grafite, ma con lo stesso approccio intende occuparsi di altri materiali. “La sostenibilità come parola - conclude Martucci - non ha nessun valore. Non riguarda solo l’ambiente. Si capisce facendola che senza una sostenibilità sociale non si ha diritto di utilizzare questa parola”. Nei suoi processi produttivi, l’azienda ha incluso fin dall’inizio la collaborazione con una cooperativa sociale che offre lavoro a persone con ogni tipo di disabilità. Questa è una delle storie che più di tutte ci ha riappacificato con il Fuorisalone. (l.c.)