Lunedì, 11 Dicembre 2023 05:36

Commercio, il contratto collettivo da rinnovare è ancora una chimera

Previsto uno sciopero generale dei lavoratori per il 22 dicembre.

CCNL è l'acronimo di Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Si tratta di un accordo stipulato tra organizzazioni sindacali dei lavoratori e associazioni datoriali (datore di lavoro o rappresentanti delle imprese) a livello nazionale. Un CCNL è un accordo che stabilisce le regole e le condizioni di impiego per i lavoratori di un certo gruppo o settore in un determinato paese. Esso può riguardare questioni come salario minimo, orario di lavoro, ferie, e altri diritti e doveri dei lavoratori e dei datori di lavoro. Quando scade un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), significa che le regole e le condizioni stabilite da quel contratto non sono più legalmente vincolanti. In altre parole il CCNL ha una durata prestabilita, e quando questa termina, è necessario negoziare un nuovo accordo per definire le nuove condizioni di lavoro. Durante il periodo in cui il CCNL è scaduto e si stanno negoziando le nuove condizioni, di solito si continua ad applicare il vecchio contratto fintanto che non viene raggiunto un nuovo accordo.

Il Contratto Collettivo Nazionale del Commercio, che coinvolge circa 3 milioni di lavoratori, è scaduto a dicembre 2019 e le trattative per il suo rinnovo si stanno prolungando ormai da diversi anni, generando inquietudine tra i lavoratori del settore. Recentemente Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno dichiarato uno sciopero per il 22 dicembre. Quali sono le ragioni di questa agitazione? Vediamole in dettaglio.

Dal comunicato stampa delle organizzazioni sindacali si evince che, dopo il protocollo straordinario del 12 dicembre 2022, nel quale si concedevano 350 euro una tantum ai lavoratori e un anticipo di 30 euro lordi mensili (al IV livello) assorbibile dal futuro rinnovo, le trattative si sono sostanzialmente fermate. Alla base della protesta ci sarebbe la mancata disponibilità delle associazioni datoriali di settore Confcommercio, Confesercenti e Federdistribuzionea riconoscere alle lavoratrici ed ai lavoratori incrementi retributivi in linea con l’andamento inflazionistico”. 

Lo stallo, dovuto prima alla pandemia e poi alla guerra Russia-Ucraina, è anche dovuto al fatto che una conciliazione sembra lontana dall’essere raggiunta perché le richieste dei sindacati non trovano corrispondenza nelle proposte delle associazioni di settore. I sindacati puntano il dito in particolare contro Confcommercio, che “nonostante sbandieri pubblicamente di voler sottoscrivere un CCNL innovativo, si ostina a richiedere una drastica riduzione della 14esima mensilità, dei permessi retribuiti e degli scatti di anzianità”.

Da parte dei sindacati sono molte le proposte messe sul tavolo: dalle normative sullo smart-working alle politiche di genere volte a ridurre il gap salariale tra uomo e donna. Norme antidiscriminazione e aspettativa retribuita per le donne vittime di violenza, l’eliminazione di figure di inquadramento obsolete e il miglioramento contrattuale delle prestazioni disagiate come quelle domenicali e notturne. Ma, soprattutto, viene chiesto di adeguare gli stipendi alla reale inflazione tenendo conto dell’indice IPCA. Questo indice europeo è stato sviluppato per assicurare una misura dell'inflazione comparabile all’interno della CE.

Da un comunicato stampa del 24 ottobre, giorno successivo alla proclamazione dello sciopero, Donatella Prampolini (Confcommercio) respinge la ricostruzione fatta dalle organizzazioni sindacali, dicendo che “il protrarsi dei tempi del confronto per il raggiungimento di un possibile accordo è dovuto alla posizione assunta al tavolo dalle organizzazioni sindacali che non si sono volute misurare con la necessità di un approccio responsabilmente innovativo”. “Non si deve dimenticare – continua Prampolini – che il CCNL sottoscritto da Confcommercio è, infatti, il più applicato in Italia nel settore privato e che tale diffusione è il risultato dei suoi contenuti sia di carattere normativo che economico”. Il vicepresidente di Confcommercio conclude il comunicato auspicandosi di raggiungere un accordo quanto prima, tenendo conto delle reali esigenze di imprese e lavoratori. 

Confesercenti commenta l’annuncio della mobilitazione scrivendo che “ha più volte manifestato volontà di sottoscrivere il rinnovo del Contratto Terziario Distribuzione e Servizi, anche con importi conformi all’indice IPCA per il periodo 2023-2025”. “Non si possono, però, chiedere sforzi insostenibili alle imprese: la detassazione degli aumenti retributivi, che abbiamo più volte chiesto al Governo, certamente agevolerebbe il processo di rinnovo da parte delle imprese. Le organizzazioni sindacali, però, devono accettare di discutere seriamente di flessibilità: ormai è proprio sulla flessibilità del lavoro e sulla stagionalità che si regge il modello organizzativo delle PMI del terziario, e di quelle del commercio in particolare. Imprese che, in questi quattro anni passati dall’ultimo rinnovo, hanno vissuto una forte trasformazione, innescata dalla pandemia, dalla pressione dell’aumento dei costi fissi – dall’energia ai mutui – e dalla sempre più incalzante concorrenza delle grandi piattaforme internazionali di eCommerce e dei colossi della distribuzione”.

Anche dall’ufficio stampa di Federdistribuzione arriva l’apertura a proseguire le trattative. ribadendo “la propria volontà di giungere ad un rinnovo del contratto collettivo di lavoro che sia equo per i lavoratori e sostenibile per le imprese del settoree che tenga conto “dei cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nell’organizzazione del lavoro delle imprese, che hanno attraversato la pandemia, la crisi delle materie prime, i rincari dell’energia e il calo dei consumi” [...] “Federdistribuzione si augura di poter continuare il dialogo con le organizzazioni sindacali alle quali viene chiesto tuttavia un approccio più propositivo e costruttivo, che tenga conto di tutti gli elementi economici che possano portare a valorizzare il potere d’acquisto del salario dei lavoratori anche attraverso gli strumenti di welfare che la normativa mette a disposizione delle parti sociali”.

Confcommercio rappresenta oltre 700.000 imprese, Confesercenti 350.000 aziende, Federdistribuzione 19.500 punti vendita

La situazione del Contratto Collettivo Nazionale del Commercio rappresenta una sfida significativa per il mondo del lavoro italiano. La mancanza di un accordo rinnovato ha conseguenze dirette sulla vita di centinaia di migliaia di dipendenti del settore, influenzando salari e diritti. È auspicabile che le parti coinvolte trovino un terreno comune per riprendere le trattative e giungere a un nuovo accordo che rifletta le esigenze dei lavoratori e le dinamiche del mercato attuale, favorendo così un clima di collaborazione e prosperità nel settore del commercio.

I lavoratori del settore, spesso impegnati in orari flessibili e sottoposti a condizioni di lavoro stressanti, vedono nel rinnovo del contratto una speranza di miglioramento delle proprie condizioni. La questione salariale, infatti, è strettamente legata al benessere economico dei dipendenti e alla loro qualità della vita. Il rinvio delle trattative mina la fiducia dei lavoratori e crea un clima di incertezza che influisce negativamente sul morale e sulla produttività.