«Luisa oggi non c'è?», sbotta Claudia mentre sbatte la porta del corridoio, gli occhi già fissi sul foglio dei turni appeso vicino agli spogliatoi. «Si è presa la centoquattro», le grida una collega dalla sala pausa, sgranocchiando uno snack, senza alzare lo sguardo dal telefono. «Di nuovo?» Claudia sbuffa. «E io mi faccio tutto il turno da sola. Mentre lei magari è al mare…». Chissà quanti di noi hanno assistito a scene simili. Per chi lavora su turni rigidi, weekend, festivi e incastri calcolati al minuto, quei tre giorni di permesso al mese possono sembrare un vantaggio ingiusto. «Anche questo turno sono da solo», è il pensiero – più umano che cattivo – che a volte attraversa la testa di chi resta a coprire. Dall'altra parte, però, c'è chi quei tre giorni li porta come un peso che non augurerebbe a nessuno, e che restituirebbe volentieri in cambio della salute di chi ama.
Nessun regalo
Per capire perché la “104” sia ormai così radicata nella vita di negozio conviene fare un passo indietro. La legge, che risale al 1992, non regala l'assenza dal lavoro a chiunque abbia un riconoscimento di invalidità. L'articolo 3 distingue due livelli: il comma 1 attesta la condizione di disabilità, il comma 3 individua la “situazione di gravità”, quella in cui l'autonomia è compromessa al punto da richiedere un'assistenza permanente, continuativa e globale. Solo con questa seconda certificazione, rilasciata da una Commissione Medica Integrata ASL/INPS al termine di un accertamento tutt'altro che semplice, scatta il diritto ai tre giorni di permesso retribuito al mese previsto dall'articolo 33 della stessa legge. Giorni che possono anche essere frazionati in ore di permesso, alla cui richiesta nessun datore di lavoro può opporsi, anche con scarso preavviso. In negozio la sensazione di ingiustizia nasce da un meccanismo molto concreto: il nostro lavoro vive sull'equilibrio della squadra, e se manca una persona lo sforzo si sposta subito sulle spalle di chi resta, tanto più se l'assenza coincide con un sabato pomeriggio o – peggio - con l’inizio di una forte promozione commerciale. Ma, allargando lo sguardo, si scopre che quei permessi non nascono come una gentile concessione o un giorno di riposo in più: arrivano solo dopo l'esito di una commissione medica che certifica quadri sanitari complessi. Dietro quel “centoquattro” ci sono patologie degenerative, genitori anziani da monitorare ogni giorno, coniugi da accompagnare nei cicli di cura, figli che hanno bisogno di un accudimento continuo.
Sempre più spesso
Se fino a qualche anno fa la “104” era un caso eccezionale nei negozi, e le cattiverie su come venisse sfruttata erano circoscritte ad un piccolo numero di malpensanti, in futuro dovremo fare i conti con un sempre più alto numero di assenze per la legge omonima. E non perché venga concessa con più facilità, anzi, forse i controlli diventeranno sempre più severi. C'è un motivo strutturale per cui la 104 riguarderà un numero crescente di lavoratori. Secondo gli ultimi dati Istat, l'Italia è ormai il Paese più anziano dell'Unione europea: al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono il 25,1% della popolazione residente, contro appena l'11,6% di under 15. È la fotografia di una società che invecchia più in fretta di quanto si rinnovi, e che scarica sempre di più sulle famiglie, quindi sui lavoratori, il compito di prendersi cura di chi non è più autosufficiente. Chi ha tra i 50 e i 65 anni si trova spesso a gestire i propri figli e (almeno) un genitore anziano: è la cosiddetta “generazione sandwich”, schiacciata tra due responsabilità che non si possono rimandare. L'idea che la 104 sia una “gentile omaggio dello Stato” crolla di fronte alla rigidità della procedura. Non basta un certificato di cortesia del medico di famiglia: serve, come detto, un accertamento della Commissione Medica Integrata che riconosca esplicitamente la situazione di gravità prevista dall'articolo 3, comma 3. È un percorso che, prima ancora di dare diritto a tre giorni al mese, costringe una famiglia a mettere per iscritto, davanti a una commissione, quanto la propria fragilità sia arrivata a pesare sulla comunità.
Un ammortizzatore che fa comodo
C'è un aspetto in più che vale la pena conoscere, ed è destinato a pesare sempre di più negli anni a venire: se in famiglia i genitori sono due, e invecchiano insieme, i permessi possono cumularsi. Con entrambi i certificati in situazione di gravità (art. 3, comma 3), un figlio può chiederne l'assistenza separatamente per ciascuno, arrivando, se la necessità è dimostrabile in momenti diversi, fino a sei giorni al mese anziché tre. Non sarà così raro: l'Istat prevede che entro il 2050 gli over 65 supereranno il 34,9% della popolazione italiana, quindi i figli chiamati a seguire due genitori anziani in parallelo diventeranno sempre meno un'eccezione. È una tendenza da guardare in faccia, non da arginare con più turni scoperti. E c'è un punto scomodo da dire chiaramente: quei giorni di permesso restano, di fatto, l'unica vera rete di protezione per chi assiste un familiare non autosufficiente, in un Paese che ai caregiver informali non riconosce quasi nulla e dove i posti nelle strutture pubbliche scarseggiano. La 104 fa comodo anche allo Stato: costa molto meno che costruire una rete pubblica di assistenza agli anziani, e finisce per scaricare il conto sulle famiglie. Ecco perché, nei negozi, bisognerebbe iniziare a pensare a come coprire le assenze dei lavoratori “più anziani” con giovani stagisti, stagionali, alternanza scuola-lavoro. Ignorare il problema non è la soluzione. Prima le aziende del settore iniziano a pianificare un'organizzazione dei turni più flessibile, con organici adeguati e non solo buona volontà, meglio sarà per tutti: per chi assiste un familiare e per chi gli copre il turno.
I permessi non sono ferie extra
Resta ferma una regola che tutela anche chi lavora accanto a chi usa la 104: i permessi non possono essere impiegati per qualsiasi cosa. La giurisprudenza riconosce al caregiver la possibilità di occuparsi di commissioni indispensabili per il familiare, come fare la spesa, ritirare farmaci, sbrigare pratiche sanitarie, ma anche semplicemente prestare compagnia, fare una passeggiata insieme. Insomma l'assistenza deve restare il perno della giornata (o delle ore) che si chiedono di permesso. Chi se ne allontana rischia grosso: con l'ordinanza n. 13155 del 7 maggio 2026, la Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di un lavoratore che, nei giorni di permesso presi per la madre disabile, aveva dedicato all'assistenza solo una minima parte del tempo, spendendo il resto in attività estranee. Non è un caso isolato: negli ultimi anni i giudici hanno più volte ribadito lo stesso principio, cioè che un uso prevalentemente personale del permesso spezza il rapporto di fiducia con l'azienda, e di riflesso anche con i colleghi che quel turno lo hanno coperto.
Non fare di tutta l’erba un fascio
Sarebbe ingenuo negare che, come per ogni norma di civiltà, non ci sia anche chi ne approfitta. Ma fare di tutta l’erba un fascio è la trappola più grande in cui possiamo cadere: dare per scontato che il giorno di assenza per 104 Luisa sia andata al mare è come chiudere gli occhi di fronte al fatto che, la stessa Luisa, abbia un genitore anziano di cui prendersi cura, e questo vale anche nei giorni in cui non è coperta dai permessi 104. Alimentare un sospetto cronico, in assenza di prove concrete, non fa che logorare i rapporti tra colleghi, trasformando la solidarietà che dovrebbe esserci tra gli addetti dello stesso reparto in un clima di diffidenza che, alla lunga, pesa sull’atmosfera dell’intero negozio.
Il vero privilegio
Forse la domanda da farsi non è se la 104 sia un lusso, ma cosa significhi davvero e quanto sono fortunati coloro che non dovranno mai averne bisogno. Chi deve ricorrere ai permessi per 104 porta ogni giorno – non solo quelle 72 ore al mese - un carico che raramente si vede da dietro la cassa o tra gli scaffali. Chi non ha mai dovuto chiederla, invece, potrebbe fermarsi un secondo a pensare a una cosa semplice: non dover assistere una persona cara colpita da una grave patologia non è “la normalità”, è ormai una fortuna da tenersi stretta. (g.m.)









