Giovedì, 17 Ottobre 2019 10:50

Abbiamo acquistato da un addetto con la sindrome di Down

Esperienza illuminante oltre che tecnicamente perfetta. Ma allora perché...

E’ più di un anno che Decathlon, l’azienda francese da 11 miliardi di euro di fatturato e 1500 punti vendita nel mondo, ha siglato un protocollo d’intesa con l’Associazione Italiana Persone Down (AIPD) per l’inserimento lavorativo di persone con l’omonima sindrome.

Qualche giorno fa nel punto vendita del Centro Commerciale Campania di Caserta abbiamo avuto modo di conoscere un addetto inserito proprio grazie a quell’intesa.

Eravamo alla ricerca di un prodotto e abbiamo chiesto prima ad un addetto dal fisico prestante che, seppur gentilmente, ci ha dato un’indicazione approssimativa e infatti dopo un giro nell’area indicata vagavamo ancora senza meta e soprattutto senza prodotto. Fortunatamente abbiamo incrociato un ragazzo - anch’egli molto cortese -, intento a sistemare scarpe che alla nostra richiesta si è mostrato subito disponibilissimo accompagnandoci a botta sicura verso il prodotto che cercavamo e spiegandoci anche le differenze tra quelli esposti.

Il sorriso e la voglia di fare di questo ragazzo, con la sindrome di Down, ci hanno davvero entusiasmato. Abbiamo comprato il prodotto e siamo usciti contenti da quello store avendo visto finalmente un esempio concreto d’inclusione sociale. E ci siamo chiesti: “Perché non avviene la stessa cosa nel nostro settore?”.

Perché le aziende del nostro settore sottovalutano l’importanza dell’arricchimento che può offrire un luogo di lavoro, per di più a contatto col pubblico, in cui siano integrate persone “diverse”?

Troppo spesso gli inserimenti lavorativi di persone disabili vengono fatti solo per ottemperare alla legge assumendo persone solo con alcuni tipi di disabilità, le meno invalidanti possibili.

Eppure molti disabili “gravi” come i Down si sono dimostrati essere produttivi, professionali e precisi nel lavoro, anche se devono essere adibiti a mansioni semplici e ben organizzate. Il lavoro è una dimensione fondamentale per l’uomo ed è fondamentale per la sua salute psico-fisica.

Attraverso il lavoro si può evitare l’isolamento a cui vanno incontro inevitabilmente i ragazzi disabili e le loro famiglie finito il percorso di studi. Isolamento che spesso concorre all’insorgere di stati depressivi e disturbi vari.

Ma dar un lavoro a queste persone non fa bene solo a loro ma anche e soprattutto all’azienda.

E a dirlo non è una onlus o un’associazione di assistenza bensì una multinazionale americana di consulenza strategica come la McKynsey & Company che in un rapporto del 2014 ha analizzato l’impatto che hanno avuto le persone Down nelle principali organizzazioni che avevano deciso di assumerle.

Da questa analisi è emerso che i dipendenti con la sindrome di Down influenzano positivamente vari aspetti della salute organizzativa. La loro presenza migliora il clima interno, evita i conflitti e ha un impatto positivo sulla soddisfazione del cliente finale. Proprio quello di cui tremendamente bisogno oggi molte aziende distributive del nostro settore.

Avere tra i dipendenti alcune persone con la Trisomia 21 (o con una uguale forma di disabilità) fa bene a loro, ma fa ancora più bene all’azienda.

Tommaso Aniello