Sabato, 21 Marzo 2026 13:20

Sogni di chiusure o chiusure da sogno?

Un dibattito deflagrato all’improvviso qualche settimana fa sembra essere tornato in letargo. Ma alcune considerazioni di fondo restano.

Qualche settimana fa, nel placido stagno del retail italiano è caduto un sasso piuttosto pesante: il mondo Coop Italia, attraverso uno dei suoi massimi rappresentanti, rilanciava l’idea di tornare a chiudere i punti vendita la domenica. Apriti cielo. Per giorni abbiamo assistito alla solita tempesta di articoli e post acchiappa-click: da una parte i fanatici del “non scopriamo il fianco ad Amazon”, dall’altra i paladini del “finalmente la rivoluzione”. Poi, come spesso accade, il rumore si è spento. Eppure la domanda resta lì, sospesa: siamo davvero sicuri che vendere una friggitrice ad aria alle 18:30 di una domenica sia un servizio essenziale alla nazione?

Il giardino del vicino

Se in Italia viviamo con l’ansia che, chiudendo un giorno alla settimana, l’economia imploda e Amazon gozzovigli con la fetta di fatturato che lasciamo sul piatto, basta varcare i nostri confini per scoprire che il mondo, là fuori, non è andato in rovina. Anzi, forse respira meglio.

In Germania vige la Ladenschlussgesetz (la legge del silenzio), basata sul principio costituzionale della Sonntagsruhe (il riposo domenicale). Salvo rarissime eccezioni, i negozi di elettronica restano al buio la domenica e chiudono anticipatamente il sabato. 

In Francia il dogma è il repos dominical. Le aperture sono limitate alle zone turistiche di valore internazionale, dove i giganti come Fnac o Darty sono regolarmente aperti. Al di fuori di queste zone, i negozi di elettronica possono aprire solo se il sindaco lo autorizza, per un massimo di 12 domeniche all'anno che vengono chiamate, appunto, les dimanches du Maire (le domeniche del sindaco).

In Spagna le aperture domenicali sono regolamentate dalle varie Comunità autonome. A parte la deregulation totale di Madrid, che dal 2012 ha concesso le aperture alle attività commerciali 365 giorni l’anno, nel resto del Paese si adottano calendari di apertura molto limitati (solitamente tra le 10 e le 16 domeniche all'anno).

In Austria e Svizzera, infine, la domenica resta un baluardo di civiltà protetto da leggi federali che tengono le serrande dell'elettronica rigorosamente abbassate, salvo rarissime eccezioni.

I Paesi summenzionati non sono economie in via di sviluppo. Sono mercati maturi dove l’e-commerce corre quanto il nostro, eppure non hanno ceduto alla bulimia del "sempre aperto".

Perché chiudere sarebbe un affare 

I controller delle grandi catene spesso guardano il fatturato domenicale come una reliquia. Ma se guardiamo oltre la riga del fatturato lordo, scopriamo che la torta che ci stiamo spartendo non solo non cresce, ma sta diventando un’ostia sottile e priva di sostanza.

Tenere aperto un punto vendita di 2.500 metri quadri la domenica costa una fortuna. Le maggiorazioni per il lavoro domenicale oscillano mediamente tra il 15% e il 30%, a cui vanno aggiunti i costi dei riposi compensativi che spezzano la turnistica settimanale (e chi è incaricato di elaborare i turni per il punto vendita lo sa fin troppo bene).

Un altro "killer" silenzioso è l'efficienza energetica. Secondo i dati di ENEA e delle principali associazioni di categoria, i consumi legati a illuminazione e climatizzazione rappresentano circa il 10-15% dei costi operativi totali di un punto vendita fisico. Tenere accesi centinaia di dispositivi elettronici e condizionatori per servire una massa di visitatori che, statisticamente, ha un tasso di conversione sensibilmente più basso rispetto al sabato, significa bruciare marginalità netta. 

Uno dei timori ancestrali dei retailer, poi, è che il fatturato domenicale si perda nel nulla. La scienza economica, però, ci parla di "Sostituzione intertemporale". Se un bene non è disponibile la domenica, il consumatore non "cancella" il suo bisogno, semplicemente sostituisce il momento del consumo. Un caso di studio autorevole è quello della Polonia che tra il 2018 e il 2020 ha introdotto il divieto progressivo di commercio domenicale. I dati di Eurostat hanno dimostrato che il volume totale delle vendite al dettaglio non è calato, si è semplicemente ridistribuito.

Oggi, lavorare con le domeniche aperte costringe i responsabili a creare turni "a macchia di leopardo". Il risultato? Il martedì mattina o il mercoledì pomeriggio il negozio ha uno staff ridotto all'osso perché gli altri sono a casa per il riposo compensativo della domenica. Con il risultato di perdere vendite, a volte importanti, perché in quei giorni spesso si concentra un fatturato di qualità fatto di consumatori che rifuggono la folla del week-end per un acquisto. 

Spostando il flusso domenicale (spesso fatto di curiosi e perditempo) verso la settimana, offriamo al cliente "vero" un consulente riposato e presente. Un servizio migliore aumenta lo scontrino medio e la fidelizzazione, e trasforma il negozio in una destinazione di qualità anziché in un ripiego per pomeriggi noiosi.

Lo stallo alla messicana e il coraggio del primo passo

Siamo bloccati in uno perfetto stallo alla messicana: le due catene più grandi di elettronica che abbiamo in Italia tengono aperto per timore che le catene minori e i gruppi di acquisto intercettino il Grande Fatturato Domenicale. Ma cosa succederebbe se domani una corazzata come Mediaworld o Unieuro decidesse di restare chiusa la domenica?

Il primo, immediato effetto sarebbe un guadagno dirompente in termini di riconoscibilità e identità del brand. Non sarebbe percepito come una ritirata, ma come un atto di forza e di visione. In un mercato appiattito da volantini e sconti fotocopia, la prima catena ad avere il coraggio di chiudere la domenica diventerebbe istantaneamente quella "diversa", quella con una personalità definita. Si smette di essere un semplice distributore di scatole per diventare un precursore dei tempi, un leader capace di interpretare il cambiamento sociale senza bisogno che diventi obbligo di legge.

Questo posizionamento genererebbe un vantaggio incolmabile. Mentre gli altri resterebbero a guardare, incastrati in turni domenicali costosi e demotivanti, chi ha chiuso per primo verrebbe percepito come il punto di riferimento per la qualità. Il secondo effetto, infatti, sarebbe l'innalzamento del livello del servizio: con il 100% della forza vendita concentrato nei sei giorni feriali, il punto vendita diventerebbe un'arena di competenze dove il cliente viene finalmente "seguito" e non solo "gestito".

Infine, scatterebbe l'effetto domino. Una volta che un leader di mercato rompe il tabù, la pressione sugli altri competitor diventerebbe insostenibile. Chi resta aperto la domenica non lo farebbe più per "guadagnare", ma per pura inerzia, apparendo agli occhi del pubblico e dei lavoratori come un'azienda ancorata a un modello vecchio, demotivante e poco intelligente. Il vantaggio di chi parte per primo è proprio questo: non essere considerato uno che si adegua, ma colui che ha avuto il coraggio di tracciare la rotta.

Ormai dovremmo aver capito che il retail fisico non vince contro l’online sulla reperibilità infinita, ma sulla qualità del servizio. Chiudere la domenica non significa rinunciare a vendere, ma scegliere di vendere meglio. Perché il rischio, a forza di voler essere sempre a disposizione, è quello di trovarsi con negozi aperti 365 giorni l'anno, ma senza più nessuno che abbia davvero la forza e l'entusiasmo per farli vivere.

La domanda, forse, non è se il retail possa permettersi di chiudere la domenica. 

La domanda è se possa permettersi di restare aperto così, ancora a lungo. (g.m.)