Venerdì, 17 Novembre 2023 19:47

"Quale sistema energetico per l'Unione Europea?"

Intervento di Marco Dall'Ombra, esperto di economia circolare.

Le elezioni europee del giugno 2024 stanno mandando in fibrillazione la classe politica, sia europea che nazionale. Un’agitazione che, se possibile, aumenta ancora di più nel momento in cui si prova a dare una lettura di alcune decisioni assunte di recente da una figura di primissimo piano dell’attuale Commissione. Lo scorso luglio il vicepresidente Frans Timmermans, il “visionario regista” del Green Deal, decide di lasciare la sua carica per partecipare alle elezioni per il parlamento olandese del prossimo novembre. Nel frattempo alcune direttive e regolamenti giungono all’approvazione, mentre altri sostano al “trilogo”, il confronto istituzionale durante il quale Commissione, Parlamento e Consiglio devono trovare un compromesso. Ne scaturiscono accordi salutati da ogni partecipante con soddisfazione, poiché ciascuno può vantare la paternità di qualche passaggio. La norma porta però i segni di questo compromesso, assomigliando più a un patchwork che ad un provvedimento ordinato e coerente.

GLI EQUILIBRI (PRECARI) DELL’ECONOMIA

A questo si aggiunge la constatazione che, ora che il Green Deal dovrebbe iniziare il suo lungo percorso finalizzato alla trasformazione dell’economia e del sistema energetico della UE, la politica del confronto lascia il posto a quella della contrapposizione. L’effetto è quello che si coglie, ad esempio, da un articolo comparso sulla versione europea di Politico, dal titolo: How the far right turned heat pumps into electoral rocket fuel (Come l’estrema destra ha trasformato le pompe di calore in carburante per missili elettorali). Il messaggio che il lettore riceve è: la caldaia a gas è di destra, la pompa di calore è di sinistra. Stessa contrapposizione che ritroviamo nel settore automobilistico: l’auto elettrica è di sinistra, quella a combustione di destra.

Se la UE annaspa, il mondo sta anche peggio. Il 18 settembre alle Nazioni Unite si è fatto il punto sull’avanzamento dei 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile (SDG) lanciati nel 2015. La situazione è che nessuno degli obiettivi sarà raggiunto entro il 2030. Dei 169 target inclusi nei 17 obiettivi, ne sono stati raggiunti 30. Per 110 non è stato rilevato alcun progresso, mentre sui restanti 59 la situazione è peggiorata.

Nel frattempo si profila all’orizzonte la prossima e 28esima COP (Conferenza delle Parti, incontro globale delle nazioni mondiali sul tema del cambiamento climatico). La prima ha avuto luogo a Berlino nel 1995. Agli storici il compito di stabilire quale sia stata la sua reale efficacia. Noi contemporanei possiamo solo registrare come nelle più recenti edizioni il tema più dibattuto sia stato quello economico, con un gruppo di nazioni a chiedere un “risarcimento” per i danni provocati dal modello di sviluppo perseguito per oltre un secolo dai Paesi più avanzati.

Secondo McKinsey, società di consulenza manageriale, per raggiungere il “net zero” l’economia mondiale si deve preparare alla più grande riallocazione di capitali privati e pubblici mai vista in precedenza: 3.500 miliardi di dollari all’anno, da qui al 2050, quasi totalmente a carico delle principali economie mondiali. Ancora oggi l’economia si basa sulle leggi descritte da Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni del 1776, che fanno della ricerca dell’equilibrio tra le diverse componenti del mercato il proprio meccanismo fondante. La mano pubblica, facilitatrice del cambiamento ma attenta all’ambito sociale, e quella privata, concentrata sul profitto, devono muoversi in sintonia, senza alterare troppo questo equilibrio. Raggiungere un obiettivo ambizioso come quello di influire sul clima terrestre richiede un piano all’altezza del compito. A giudicare dallo stato delle cose, optare per un “business plan” non è stata la scelta giusta. (marco dall'ombra)