Sabato, 13 Febbraio 2021 08:53

Super Bowl, la lezione di marketing firmata Amazon

Molti brand hanno corso il rischio di trasmettere messaggi troppo cupi o troppo leggeri. Il colosso dell’ecommerce, invece…

Nella notte tra domenica 7 e lunedì 8 febbraio si è giocato il Super Bowl. L’evento sportivo più atteso dagli americani è anche il più spettacolare dal punto di vista degli spot pubblicitari il cui costo ormai raggiunge la cifra capogiro di più di 200 mila dollari al secondo. Le agenzie di marketing cercano sempre di stupire il pubblico creando dei piccoli capolavori che riescono ad essere specchio della società.

La maggior parte degli inserzionisti quest’anno ha adottato un approccio cauto, spesso cercando di tenere un tono allegro nell’evento più visto di sempre. Alcuni hanno cercato di ironizzare sull’anno passato, come Bud Light, che ha ritratto il 2020 come un’implacabile tempesta di limoni dal cielo.

Anche se la maggior parte dei brand ha scelto di tenere il coronavirus fuori dai propri annunci, saltava all’occhio la comparsa di nuovi investitori, ovvero chi ha fatto gli affari migliori durante il lockdown. DoorDash e Uber Eats, servizi online di consegna del cibo, difficilmente si sarebbero potuti permettere spot milionari in un altro scenario. I servizi di streaming, poi, erano gli unici a presentare le novità cinematografiche nelle interruzioni pubblicitarie, dato che le nuove uscite al cinema sono quasi del tutto scomparse.

Il Super Bowl, dal punto di vista pubblicitario, segna sempre l’inizio di una nuova campagna a lungo termine. Tutti gli inserzionisti cercano di intuire cosa stiano cercando i consumatori in quel dato momento. Quest’anno l’impresa è stata più difficile del solito.

La pandemia globale ha messo a dura prova la capacità di calarsi nei panni del cliente; quando le aziende tentano di farlo spesso risultano goffe e impacciate. Google ha cercato di far commuovere il mondo intero con uno spot straziante (e ispirato ad una storia vera) in cui un anziano signore chiede al famoso motore di ricerca come “non dimenticare” la moglie scomparsa di recente.

Molti brand hanno trasmesso messaggi troppo cupi o troppo leggeri, durante una pandemia globale che ha sì ferito il mondo intero, ma è stata da ognuno di noi affrontata in modo diverso e del tutto personale.

Amazon, che a Natale ci aveva colpito con uno spot molto delicato e per nulla banale (se ve lo foste perso, qui il link: https://bit.ly/37cD4Hn), ha deciso di non rischiare di cadere nella retorica o nella (troppa) sdrammatizzazione, dando un nuovo aspetto alla sua assistente vocale Alexa (https://bit.ly/3rQ523k). Nessuna ambizione di farci piangere addosso, nessun tentativo di strappare un sorriso a denti stretti. Forse è stata la scelta più azzeccata. La decisione di voltare pagina – semplicemente – è quella che dovrebbe intraprendere la maggior parte del marketing, a parere di chi scrive. D’altronde la pubblicità ha sempre avuto il sottile compito di farci sognare. Che sia un prodotto nuovo o un servizio diverso, in questo momento nessuno vorrebbe sentirsi dire da uno spot: “So come ti senti”, quanto piuttosto “Ehi! Guarda cosa ho pensato per te!”. (g.m.)