Giovedì, 02 Novembre 2023 09:48

TFR aziendale: come sfruttarlo al meglio?

Dopo la riforma del 2007, il lavoratore è chiamato a scegliere su dove destinarlo. Qualche suggerimento.

Tra i mille dubbi che un lavoratore può avere, non ultimo c’è quello della destinazione del proprio TFR (Trattamento di fine rapporto). Dopo la riforma pensionistica del 2007 volta a creare nuovi fondi pensione, siamo stati chiamati a scegliere tra mille dubbi e domande. Ma chi non l’ha fatto all’epoca ha ancora possibilità di cambiare e destinare i propri soldi a forme complementari. Scopriamo insieme quali sono le varie opzioni possibili, valutando pregi, difetti e differenze di ognuna di esse.

Fondo di tesoreria

La prima opzione è quella di lasciare i propri soldi in azienda, facendoseli gestire dal proprio datore di lavoro che li accantonerà ogni mese per noi. Per le aziende con più di cinquanta dipendenti esiste una speciale “cassa” previdenziale dove destinare le somme chiamata Fondo di tesoreria, la quale si occupa di mantenere il denaro e rivalutarlo nel tempo in base alla formula: montante acquisito +1,5%, al quale si aggiunge il 75% della variazione inflazionistica dell’ultimo anno. Analizziamo i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta. Innanzitutto la sicurezza di ottenere i propri soldi una volta esaurito il rapporto di lavoro. Non c’è dubbio che il fondo di tesoreria dia delle garanzie ulteriori di conservazione, ma per le piccole aziende potrebbero esserci problemi di pagamenti, soprattutto per lavoratori con tanti anni di servizio alle spalle e cifre consistenti da liquidare. Il legislatore, in realtà, non fissa un termine unico e univoco per ottenere quanto spetta, ma solitamente la maggior parte delle aziende paga entro 45/60 giorni. A meno che non ci sia in corso un fallimento, e in quel caso va iniziata una procedura burocratica per accedere al fondo di garanzia INPS previsto dalla normativa. Il TFR in azienda costituisce una somma che può essere prelevata interamente alla fine del rapporto lavorativo, oppure prima: il 70% per acquisto prima casa e ristrutturazione, o ragioni di salute. Ricordiamo che anche quest’anticipazione risulta essere una cifra imponibile IRPEF, e di conseguenza tassata dal 23% fino al 43%, in base a quale scaglione di reddito si appartiene. Inoltre, il TFR in azienda è tassato una ulteriore volta: calcolando la media degli ultimi cinque anni dei propri redditi, potrebbe arrivare una ulteriore tranche da pagare dopo averlo ritirato, sempre che si superi l'aliquota Irpef di appartenenza.

I fondi chiusi di categoria

La seconda opzione è quella di destinare il proprio TFR a un fondo pensionistico di categoria. Dopo la riforma pensionistica ogni settore lavorativo ha creato un proprio fondo dove destinare i soldi e farli gestire per il dipendente. La filosofia è quella di creare un “montante” pensionistico che una volta raggiunta l’agognata età di vecchiaia riesca a integrare la propria pensione erogata dall’acciaccata previdenza sociale. Questa potrebbe rappresentare una valida opzione per arrivare, un giorno, a incassare una mensilità ben più cospicua di quelle previste dalla vigenti normative in fatto di pensioni. Il proprio TFR, confluito nel fondo pensione, può comunque essere prelevabile per varie ragioni: sostanzialmente le stesse previste dalle aziende, e quindi acquisto prima casa e salute (ma in questo caso fino al 75% e non il 70%), ma anche per ulteriori esigenze non documentate fino al 30%. Se in azienda la normativa prevede di poter prelevare il proprio TFR una sola volta, il fondo pensione non ha limiti ed è accessibile infinite volte, una volta all’anno. Inoltre, non rappresentando un imponibile IRPEF, non è soggetto all’onerosa tassazione già vista in precedenza (dal 23% al 43%).
Lo Stato prevede una tassazione che va dal 9% al 15% in base all’anno di prima contribuzione al fondo. Ma ci spieghiamo meglio. Appena il lavoratore aderisce a un fondo pensionistico il proprio montante, in caso fosse anticipato per inattività e disoccupazione, è automaticamente tassato al 15% (guadagnando quindi dall’8% al 28% rispetto al TFR aziendale). Dopo il quindicesimo anno di ingresso al fondo, la tassazione inizierà a scendere dello 0,3% ogni anno, arrivando fino a un minimo del 9%. Ecco che risulta fondamentale aderire il prima possibile. Al fondo è possibile versare un contributo volontario che può essere dedotto dalle tasse in fase di dichiarazione dei redditi fino a 5164,57 euro (i vecchi 10 milioni di lire). Questo significa che per ogni 1000 euro versati, l’anno successivo ne possono tornare indietro fino a un terzo a credito, oppure avere un risparmio fiscale notevole sulle tasse da versare.  Parlando dei rendimenti, dobbiamo dire che questi sono molto variabili e ad influire su questo fattore c’è l’anno di ingresso al fondo e la situazione contingente dei mercati. La maggior parte dei fondi si affidano a compagnie assicurative e bancarie e non è raro che soffrano di tassi negativi, soprattutto nei periodi di crisi politico-finanziaria. 

Fondi aperti

Abbiamo analizzato i fondi chiusi (o di categoria), ma esiste una terza opzione. Sono i cosiddetti Fondi aperti, gestiti direttamente da istituti di credito e assicurativi specializzati in questo. A questi fondi può aderire chiunque, lavoratori autonomi, dipendenti, persino bambini (e questo è utile all’ottenimento del famoso “9%” di tassazione che arriva nel tempo). Destinando il proprio TFR a un fondo aperto andiamo incontro a numerosi vantaggi. Gli stessi, fiscali, dei fondi chiusi con l’abbattimento della tassazione che passa immediatamente al 15% per poi scendere gradualmente. Poi le possibilità di accedere ai soldi, le stesse dei fondi chiusi. Infine la possibilità di aggiungere al TFR versato un proprio contributo volontario, come visto in precedenza deducibile dalle tasse. La vera differenza tra i fondi chiusi (nati dopo la riforma del 2007) e quelli aperti, amministrati direttamente dai gestori che si affidano a fondi pre-esistenti, è il rendimento. I nuovi fondi di categoria, che come abbiamo visto negli ultimi anni hanno sofferto la crisi finanziaria e dei mercati, sono più instabili. La natura dei fondi pensionistici aperti può essere varia e affidata a fondi garantiti (costituiti da BOT, CCT, ecc), bilanciati, azionari e misti. In base alla composizione degli stessi il valore di rendimento è stato altalenante negli anni, passando da un 2,5% del 2012 al -10,7% del 2022. 

I piani pensionistici individuali (PIP)

Una quarta alternativa è quella di affidarsi a un piano pensionistico non legato a fondi aperti o chiusi, ma individuale. Confluire il proprio TFR in un piano pensionistico ha le stesse caratteristiche e vantaggi dei fondi aperti e chiusi, ma con un ulteriore “pro”.

E’ possibile infatti inserire il proprio piano pensionistico in una cosiddetta gestione separata, ovvero un fondo appositamente creato e gestito separatamente rispetto al normale bilancio d’impresa dell’azienda assicuratrice o bancaria. I premi, i TFR e i contributi volontari degli iscritti confluiscono così nel fondo, dalla gestione indipendente e quindi ancora più sicura.

Anche per quanto riguarda i rendimenti: i fondi così gestiti non subiscono la volatilità caratteristica di tutti gli altri prodotti finanziari, facendo rimanere i propri patrimoni stabili nel tempo e garantendo più tranquillità. I soldi e i patrimoni delle gestioni separate, vincolati dai regolamenti dell’Organo di Vigilanza (IVASS), possono essere investiti solo in titoli che rispettino certe esigenze di sicurezza e redditività. I cosiddetti PIP posseggono “in pancia” titoli e fondi più antichi e meno soggetti a oscillazioni del mercato. Lo storico e le performance di questi, infatti, sono risultati migliori nel tempo. (claudio.camboni@icloud.com